“Storia di tutti” di Silvia De Angelis: la fragile vertigine dell’esistere tra solitudine e coscienza
Quando Silvia De Angelis scrive Storia di tutti, non racconta semplicemente un’esperienza individuale, ma trasforma il vissuto personale in una riflessione universale sull’identità e sulla solitudine contemporanea. È una poesia che non cerca consolazione, ma verità, e proprio per questo colpisce con una forza silenziosa.
Pier Carlo Lava
“Storia di tutti” di Silvia De Angelis
La poesia si apre con un’immagine potentemente visiva e disorientante, “il ciuffo scarmigliato nella sera”, che sembra evocare una presenza umana dissolta nel paesaggio, quasi fragile davanti all’immensità delle “dune”. Fin dai primi versi emerge una cifra stilistica precisa: la fusione tra corpo, natura e stato emotivo, dove la tristezza diventa uno “sciame”, qualcosa di vivo, in movimento, che avvolge e confonde.
Il cuore del testo è nella tensione tra suono e silenzio. “Il vagito d’un eco silenzioso” è un ossimoro che sintetizza perfettamente la poetica dell’autrice, una voce che esiste ma non riesce a trovare piena espressione. Qui si avverte un richiamo alla tradizione simbolista, da Charles Baudelaire a Eugenio Montale, dove il linguaggio non descrive ma suggerisce, lascia spazio all’ambiguità e all’inquietudine.
Il passaggio centrale è tra i più intensi: “l’essere solo soli”, una ripetizione che non è ridondanza ma profondità. Non si tratta semplicemente di solitudine, ma di una condizione esistenziale inevitabile, quasi ontologica. L’illusione di una “morbidezza zuccherina” – forse metafora delle consolazioni superficiali della società contemporanea – viene smascherata e “messa sotto scacco”. Qui il testo si avvicina a riflessioni che ricordano Sigmund Freud o Jean-Paul Sartre, dove l’ego rincorre continuamente qualcosa che non può mai davvero possedere.
Nel finale, la poesia si fa ancora più incisiva: “Siamo il perno di noi stessi” è un’affermazione che contiene insieme autonomia e condanna. L’essere umano è centro, ma anche prigioniero della propria interiorità. La “giravolta prodiga d’amarezza” restituisce l’idea di un movimento continuo, quasi una danza esistenziale che non trova mai quiete. E quei “balocchi in bilico sul rendere” introducono una nota ironica e malinconica insieme: la vita come gioco precario, sospeso tra il dare e il perdere.
Lo stile di Silvia De Angelis è denso, evocativo, volutamente ellittico, con una forte componente simbolica che richiede al lettore una partecipazione attiva. Non è una poesia immediata, ma è proprio questa sua complessità a renderla autentica e duratura. Il linguaggio si muove tra immagini concrete e astrazioni, creando un equilibrio instabile ma affascinante.
In fondo, quella raccontata non è solo la sua storia, ma davvero “la storia di tutti”, sospesa tra ricerca di senso e inevitabile solitudine.
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