SOLTANTO UN SOGNO una poesia di Vincenzo Savoca

 


SOLTANTO UN SOGNO

 

La notte sia per te porta di sogni,

ti conceda quanto hai nel cuore,

ma non contare sugl'altri, curiosi

soltanto di carpire i tuoi segreti.

Il silenzio ti sia il migliore amico,

lascia la bocca chiusa come uno

scrigno. Che il tesoro rimanga

celato dentro di te e solo per te!

Non sarai vile, ma prudente.

Non dire che la vita non è bella.

È come il tempo, ora piove ora

soleggia. Fa che non sia soltanto

uno gettito d'ore a riempire la tua

vita. Non è un foglio di carta che il

vento strombazza ed accanto ti

cade! Conta le stelle, la verità è

che non ti basteranno cent'anni,

ma almeno comincia. E quando

avrai finito, inizia a contare l'onde

del mare, soltanto così saprai

assaporare l'inutilità dell'esistenza.

Non avrai più dubbi e ti sentirai

immortale e padrone dell'infinito!

Ed allora sì, riempirai l'inutilità

del vuoto con il ciarpame della

conoscenza! M'ancora non basta

se non saprai cosa c'è oltre le nubi!

Dèmoni o dèi? Difficile saperlo

intrappolati come siamo in spire

di quotidiana sopravvivenza.

Lascia che l'umanità resti fuori d'ogni

tuo pensiero, dalla tua ombra e dalla

tua porta, è solo una ghiacciaia stesa

s'una lastra di sole. Addormentati

nel silenzio dell'Universo e nessuno

oserà svegliarti, nemmeno i morti.

 

Vincenzo Savoca

Ragusa 6 maggio 2026


È una poesia intensa, matura e profondamente esistenziale. Savoca ci consegna un testo che si muove tra consiglio sapienziale e meditazione cosmica, con un tono quasi oracolare ma mai retorico.

Il nucleo centrale è il silenzio come protezione e via di accesso alla verità: il poeta invita a custodire i propri sogni e segreti come un tesoro, a non sprecare parole con i curiosi, a diventare prudenti senza essere vili. C’è una chiara eco di saggezza antica (stoica ed epicurea) mescolata a un senso moderno di solitudine consapevole.

Particolarmente efficace è il passaggio sul senso dell’esistenza:

«Conta le stelle… inizia a contare l’onde del mare, soltanto così saprai assaporare l’inutilità dell’esistenza.»

Qui il poeta raggiunge un vertice lirico-filosofico notevole. L’inutilità non è disperazione nichilista, ma piuttosto una liberazione: solo accettando il vuoto si può diventare «immortali e padroni dell’infinito». Il vuoto viene poi riempito dal «ciarpame della conoscenza», un’immagine bellissima e un po’ amara, che rivela l’insaziabilità umana.

Il finale è potente: l’umanità ridotta a «ghiacciaia stesa s’una lastra di sole» (contrasto gelido/luminoso di grande efficacia) e l’invito a addormentarsi «nel silenzio dell’Universo», al di là persino dei morti. È un sonno che somiglia a una piccola morte mistica, un ritorno al grande Tutto.

Una poesia che merita di essere riletta di notte, possibilmente in silenzio.

Commenti