“Sette volte bosco” di Caterina Manfrini: la memoria della guerra che rinasce tra i boschi del Trentino

 

Boschi del Trentino avvolti dalla nebbia con atmosfera malinconica e poetica ispirata al romanzo “Sette volte bosco” di Caterina Manfrini.

Ci sono romanzi che raccontano la guerra attraverso le battaglie e altri che scelgono invece di raccontarne il silenzio, le cicatrici invisibili, il ritorno difficile alla vita. “Sette volte bosco” di Caterina Manfrini è uno di questi libri intensi e poetici, un’opera che entra lentamente nell’animo del lettore e vi rimane come il profumo della terra bagnata dopo la pioggia. Alessandria Post dedica questa recensione a un romanzo che parla di dolore, memoria, identità e rinascita con una scrittura delicata ma profondamente evocativa...

Pier Carlo Lava

Pubblicato da Neri Pozza, il romanzo conduce il lettore nel Trentino della fine della Prima guerra mondiale. Al centro della storia c’è Adalina, giovane sopravvissuta all’esperienza dei campi profughi dell’Impero austro ungarico, che torna finalmente alla sua valle dopo la devastazione del conflitto. Ma ciò che ritrova non è più il mondo che ricordava: la casa è distrutta, i boschi sono feriti, i genitori non ci sono più e il fratello Emiliano è disperso.

Il grande merito di Caterina Manfrini è quello di non trasformare mai la tragedia storica in semplice sfondo narrativo. La guerra entra nei corpi, nella lingua, nei silenzi dei personaggi. Ogni pagina sembra attraversata da una malinconia antica, quasi contadina, fatta di attese, inverni lunghi e memoria familiare. Il proverbio che dà il titolo al romanzo, “Sette volte bosco, sette volte prato e tutto tornerà come era stato”, diventa il simbolo della possibilità di rinascere anche dopo la distruzione.

Quando Caterina Manfrini scrive del bosco, non descrive soltanto un paesaggio. Il bosco diventa un organismo vivo, una creatura che custodisce segreti, paure e speranze. È insieme rifugio e minaccia, memoria e futuro. In questo senso il romanzo richiama certe atmosfere della narrativa alpina europea, ma anche la sensibilità di autori come Mario Rigoni Stern o Cesare Pavese, dove la natura non è mai semplice sfondo, ma presenza spirituale e simbolica.

Molto affascinante è anche l’utilizzo di elementi del folklore alpino e della lingua cimbra, che conferiscono autenticità e profondità culturale al racconto. Le figure leggendarie che abitano i boschi e i torrenti sembrano emergere da una memoria collettiva antichissima, quasi a ricordare che la montagna conserva ciò che la storia ufficiale spesso dimentica.

La scrittura di Caterina Manfrini colpisce per equilibrio e maturità. Pur essendo un romanzo d’esordio, “Sette volte bosco” possiede una voce narrativa già riconoscibile: sobria, poetica, mai eccessiva, capace di alternare durezza e delicatezza. Alcune pagine dedicate alla devastazione del paesaggio dopo la guerra hanno una forza cinematografica notevole e restituiscono al lettore la sensazione concreta della perdita.

Ma il cuore vero del libro è forse la riflessione sull’identità. I personaggi vivono la frattura di appartenere a una terra di confine, sospesa tra culture, lingue e nazioni diverse. In questo senso il romanzo assume anche un valore contemporaneo: parla di confini fragili, di appartenenza, di sradicamento, temi oggi più attuali che mai.

Caterina Manfrini, nata a Rovereto nel 1996, ha studiato antropologia tra Danimarca e Bologna e successivamente scrittura creativa a Londra. Questo retroterra culturale emerge chiaramente nel romanzo, che unisce precisione storica, attenzione antropologica e sensibilità letteraria. “Sette volte bosco” rappresenta una delle opere prime italiane più interessanti degli ultimi anni, capace di parlare sia agli amanti del romanzo storico sia ai lettori che cercano storie intime e profondamente umane.

Il libro lascia nel lettore una sensazione rara: quella di aver attraversato un luogo reale e insieme simbolico, un bosco dell’anima dove la guerra continua a sussurrare tra gli alberi ma dove, lentamente, torna anche la vita. Ed è forse proprio questa la forza più autentica del romanzo: ricordarci che dopo ogni devastazione esiste ancora la possibilità di ricominciare.

Geo: Caterina Manfrini è originaria di Rovereto, nel cuore del Trentino, una terra che nel romanzo non appare soltanto come ambientazione ma come vera protagonista narrativa. Le montagne, i boschi, i villaggi e la memoria della Grande Guerra diventano parte integrante della sua poetica. Alessandria Post continua così il proprio percorso di valorizzazione della nuova narrativa italiana contemporanea, attenta alla memoria storica, alle radici culturali e alla dimensione umana dei grandi eventi collettivi.

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