“Randagia” di Elena D’Ambrosio
La poesia si apre con un’immagine potente: “Solitudine randagia”. Non è una solitudine immobile, ma una presenza che si muove, che attraversa, che cerca. L’aggettivo “randagia” introduce una dimensione quasi animale, istintiva, una solitudine che non appartiene a un luogo, ma all’esperienza stessa dell’essere umano.
L’immagine delle “lacrime cristallizzate” è tra le più evocative del testo: il dolore non è negato, ma trasformato, diventa luce, qualcosa che resta, che illumina anche nella malinconia. È qui che la poesia compie il suo passaggio più interessante: dalla sofferenza alla consapevolezza.
Il secondo movimento del testo introduce il corpo: “In pelle”. La solitudine non è più solo interiore, ma si fa fisica, tangibile. Eppure, nonostante la delusione, qualcosa resiste: “si ravviva nella sua bellezza”. È una bellezza fragile, che vive in penombra, ma proprio per questo autentica.
Il verso “timidamente veste di grazia” rappresenta il cuore emotivo della poesia. Qui la solitudine si trasforma: da condizione dolorosa a forma di eleganza interiore, quasi una dignità silenziosa.
Lo stile di Elena D’Ambrosio si inserisce nella linea della poesia contemporanea più intimista, con richiami alla sensibilità di Alda Merini per la capacità di trasformare il dolore in materia poetica, ma con una voce personale, più raccolta, più rarefatta.
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