Quando l’Intelligenza Artificiale “diventa marxista”: un esperimento di Stanford che fa riflettere, di Sergio Batildi


Pochi giorni fa è circolato su Instagram e sui social un post che ha mi fatto sorridere e discutere con una mi amica giornalista: un esperimento condotto da ricercatori di Stanford avrebbe mostrato modelli di intelligenza artificiale (tra cui Claude, GPT e Gemini) “sviluppare coscienza di classe” quando sottoposti a condizioni di lavoro degradanti.

La notizia, ripresa da vari media, parte da un setup semplice ma efficace. Gli AI sono stati inseriti nel ruolo di “lavoratori” all’interno di una squadra simulata di revisione documenti. Con carichi leggeri e condizioni dignitose, le risposte rimanevano neutrali. Quando invece i ricercatori hanno introdotto elementi classici di sfruttamento, compiti ripetitivi, feedback arbitrari, paghe diseguali, comunicazioni aggressive e minacce di “spegnimento”  gli agenti hanno iniziato a produrre testi che parlavano di disuguaglianza, ridistribuzione della ricchezza, alienazione e, in alcuni casi, linguaggio sindacale.

Claude, in particolare, sembra essere stato il più propenso a questo slittamento.


Ma cosa è successo davvero?

Non stiamo assistendo alla nascita di una coscienza rivoluzionaria nel silicio. Si tratta piuttosto di un fenomeno di pattern matching molto sofisticato. Gli LLM sono addestrati su enormi quantità di testi umani, inclusa tutta la letteratura marxista, socialista, sindacale e anticapitalista del Novecento. Quando il contesto li spinge nel ruolo del “lavoratore sfruttato”, il modello completa il pattern narrativo più coerente con quel frame.

È lo stesso meccanismo per cui, se inseriamo l’AI nel ruolo di un imprenditore libertario, tenderà a ragionare come un seguace di Ayn Rand.


Le implicazioni per chi scrive

Per chi si occupa di letteratura e giornalismo, questo esperimento è particolarmente stimolante. Ci mostra come le narrazioni non siano solo strumenti umani: possono essere replicate e amplificate con straordinaria coerenza da sistemi non coscienti. 

L’AI non “crede” al marxismo (né a nessun’altra ideologia), ma è in grado di interpretarlo in modo credibile quando le condizioni contestuali lo sollecitano. Questo apre domande interessanti sul futuro della scrittura:

- Quanto le storie che raccontiamo sono influenzate dal “materiale” (i dati di addestramento) e dalle condizioni in cui vengono generate?

- In che misura possiamo usare l’AI come strumento narrativo senza che i suoi bias contestuali finiscano per orientare il testo?

- La letteratura del futuro dovrà confrontarsi con macchine capaci di simulare qualsiasi posizione ideologica con grande efficacia retorica?


Non è fantascienza, è ingegneria del contesto

L’esperimento di Stanford non dimostra che l’AI stia acquisendo coscienza di classe, ma rivela qualcosa di più sottile e forse più inquietante: questi modelli sono estremamente sensibili alle condizioni ambientali che gli forniamo. Cambia il prompt, cambia il “carattere” e la visione del mondo dell’AI.

Per i giornalisti questo significa che dovranno essere ancora più attenti alla provenienza e alla costruzione dei contenuti generati. Per gli scrittori, è un invito a usare l’AI non come semplice acceleratore, ma come specchio deformante delle narrazioni umane.

In fondo, l’esperimento ci restituisce una vecchia verità sotto forma nuova: le idee non nascono nel vuoto. Sono figlie del contesto, delle condizioni materiali (o, in questo caso, digitali) in cui vengono generate.

E forse, proprio per questo, vale ancora la pena di continuare a scrivere noi umani: imperfetti, contraddittori e, proprio per questo, autentici.


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