GUIDO MIANO EDITORE
NOVITÀ EDITORIALE
È uscito il libro di poesie:
POESIE NASCOSTE E POI RITROVATE di MAURIZIO ZANON
con prefazione
di Enzo Concardi
Pubblicata la raccolta
poetica dal titolo “Poesie nascoste e poi ritrovate” di Maurizio Zanon, con prefazione di Enzo Concardi, nella
prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2026.
Le Poesie nascoste e poi
ritrovate - ultima fatica letteraria della lunga e feconda testimonianza
lirica di Maurizio Zanon - non guidano, già dal titolo, all’intuizione di una
tematica, per il semplice motivo che anche le singole poesie sono state
decapitate della titolazione, sostituita da asterischi. Per venire in soccorso
al lettore tradizionale, abituato a riconoscere le composizioni dalla loro
identità denominativa, propongo l’utilizzo di tre sostantivi che possono
racchiudere, al loro interno, una chiave interpretativa di questa raccolta
poetica. Essi sono: ventaglio, caleidoscopio, mosaico. Mi spiego meglio:
la realtà odierna, che è quella di un mondo in profonda trasformazione - e
Zanon ne è perfettamente consapevole - può essere paragonata alla natura
intrinseca richiamata da essi, ovvero dalla rappresentazione dinamica di un
mondo frammentato, spazialmente aperto, liquido, in continua evoluzione, non
sempre progressiva e, soprattutto, privo di punti stabili di riferimento.
Il poeta, facendosi cantore delle
contraddizioni umane, diviene il portavoce talvolta del cosiddetto male di
vivere, talaltra delle armonie della natura e dell’anima, e ancora dei
motivi che sono suggeriti da realtà identificate dai nomi dell’ingiustizia, o
della speranza, della malinconia, della guerra e della morte, della memoria,
della funzione poetica. Si aprono così in lui ventagli tematici che
costituiscono parte della struttura letteraria del libro, la quale a
fisarmonica si apre e si chiude senza un ordine logico, ma con gli stimoli che
giungono dalla sua interiorità e dall’osservazione del mondo esterno. Le lenti
utilizzate dal poeta per scrutare il dissolvimento spirituale e morale
dell’essere contemporaneo, storico e dell’esser-ci, secondo il linguaggio di
Heidegger, si compongono e ricompongono come i cristalli di un caleidoscopio
dalle colorazioni mutanti e dalle forme labili. E, in terza istanza, il mosaico
che ne esce tenta di fissare sulla pagina poetica tutte le aspirazioni, i
sogni, i bisogni della dimensione psicologica che albergano nell’io collettivo
e personale di un’umanità dispersa in ricerca di nuovi volti per sopravvivere,
dare un senso all’esistenza che ci è stata data quaggiù.
Si comprenderà meglio il
discorso-messaggio di Zanon, visitandolo più da vicino. C’è un gruppo di
liriche, la maggior parte collocate all’inizio della raccolta, ma anche sparse
qua e là in tutto il testo, che sono un inno alle bellezze naturalistiche, contemplate
con occhi poetici e rese liricamente con immagini soffuse e soavi: sembrano
degli haiku dilatati (non hanno la forma tradizionale giapponese,
composta da soli tre versi per un totale di 17 sillabe dallo schema 5-7-5)
poiché sono comunque essenziali e come contenuto si avvalgono dell’amore verso
la Natura. È sufficiente citare una di tali creazioni per accorgersi di una
similitudine sostanziale: «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e
intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi
d’un’insolita primavera».
Il microcosmo qui dipinto si
ritrova nelle altre liriche con altri soggetti ed altre immagini: v’è il merlo
che saltella nel bosco e si cela fra le fronde degli alberi; v’è la luce del
tramonto che rosea se ne va verso l’orizzonte; vi sono acque silenziose che si
posano nei mattini dorati; sulla battigia s’infrange la salsedine marina… tali
attimi di natura semplice, vergine, innocente sono il preludio - nel canto del
poeta - al grido di denuncia contro l’assassinio, perpetrato da mano umana, del
Creato; grido di dolore che prorompe più avanti con forza: «Cicale diurne al
sole/ grilli notturni sotto la luna/ intonano un canto/ di sincera
disperazione./ Non temono la fine della loro esistenza/ ma un clima assassino
che muta.// L’uomo intanto si tiene in disparte/ ignorando d’essere il
problema». Il messaggio ambientalista ed ecologico è uno dei più sentiti ed
accorati di tutta la poetica zanoniana.
Natura e anima in lui convivono e
sono due realtà che dovrebbero crescere con un’intesa perfetta. In un mio verso
ispiratomi dalla contemplazione di un betulleto riposante sul fianco
della montagna, così esprimo la suggestione apparsa davanti ai miei occhi:
«L’anima mia è come corteccia di bianche betulle». Proprio in tale simbiosi
naturalistica e spirituale penso avvenga lo sposalizio atteso dal poeta:
purtroppo i tempi in cui viviamo sono lontani dal favorire l’unione, e ciò è
motivo di sofferenza per vittime e carnefici della suddetta relazione. Ecco
allora che compaiono incrinature ed ostacoli al progetto dell’armonia:
«Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a
ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». Ma,
altrove, miracolosamente l’ahimsa si realizza: «Ho vissuto il mare/ nei
suoi moti d’onde/ nei suoi silenzi salati.// E le volte che chiamò/ con
insistenza l’anima mia/ risposi sempre di sì».
Oggi il male di vivere assume
volti diversi in contesti di causa-effetto, i cui esiti finali sono sempre
negativi per la vita umana, l’equilibrio interiore, la dimensione sociale. Il
poeta mette il dito nella piaga e, il suo innato senso di giustizia, lo porta
ad abbracciare una poesia di denuncia che altro non è se non l’etica
dell’impegno civile e l’amore per il prossimo. «Dovremmo celebrare/ il dono
della vita/ invece siamo qui a osservare in tivù/ bambini denutriti morenti/
distrutti da una barbarie infinita». Questi versi e altri simili sono
paradigmatici degli abissi ancor oggi esistenti fra I dannati della Terra (Franz
Fanon) e le ricche, opulente società occidentali. Ed appaiono nuove
alienazioni, individui schiavi delle moderne tecnologie, sudditi di
intelligenze artificiali, esistenze in preda al tarlo del nichilismo, uomini
che abdicano dalla ragione per disegni di morte. Una forte e sentita poetica
del dolore qui trova il suo compimento.
Talora il canto del poeta assume
toni esistenziali crepuscolari, specchiandosi nel proprio io mediante un
ossimoro, ovvero triste e vivace allo stesso tempo: «La malinconia/ l’ho
incrociata la prima volta per via/ e da allora non è più andata via:/ io e lei
una quieta accesa sinfonia». Gli stati d’animo sono altalenanti toccando picchi
di ottimismo e ipogei di pessimismo: quest’ultimi sono rappresentati da due
simbolici versi («… Aspirazioni e speranze s’infrangono:/ affondano in oceani
di vuoti profondi»), mentre i primi sono lacerti che affiorano dalla scrittura
e sono invocazioni per continuare a vivere sotto l’egida delle luce, nel tempo
lieto che lenisce la vecchiaia, confidando nel domani nel quale coniugare
costantemente verbi importanti come creare, sognare, amare, vivere, scrivere,
sentire. Non manca «…un fragore di pensieri/ uno schiumare di ricordi…» in
taluni momenti dedicati alle suggestioni memoriali.
Ogni tanto sorprendiamo il poeta
nel parlare con le cose, a dare del tu all’estate, alla notte, alla luna.
«Dimmi che ritornerai/ mia calda dolce estate…» chiede in tono confidenziale
alla stagione della luce solare, suscitando magari i ricordi letterari de La
bella estate di Pavese, che hanno accompagnato gli anni della nostra
crescita; rimembranze leopardiane si possono rintracciare altrove, quando egli
ricorda «le sere che solo/ parlavo alla luna…», ma non ci è dato sapere quali
fossero gli interrogativi a lei posti; ancora da altri versi emerge il ruolo
prezioso svolto dalla notte nell’accompagnarlo nel faticoso ma essenziale
cammino della poesia, e qui sarà meglio citarli per carpire nel profondo il suo
pensiero: «Notte, guardami:/ dimmi, come stai?/ Quante volte/ ti ho
abbracciato/ in silenzio, lo sai/ mentre sostenevi/ la mia creatività/ il mio
essere/ così da non indurmi/ a parole insensate!/ Ti ho amato, oh notte/ hai
dato un senso/ alla mia vita/ alla mia scrittura/ senza farmi sentire/ un uomo inutile!».
Accorate parole di ringraziamento per un’ancora di salvezza vitale, che si
sintetizzano in un alter ego: «Ho scritto/ quasi sempre di notte./ E la
notte/ ha scritto di me».
Mi piace concludere questa
prefazione continuando a seguire il poeta nelle sue comunicazioni riguardo la
poesia, arte posta in cima ai suoi valori, insostituibile compagna di vita,
passione e ragione del suo essere. Sono lampi d’amore poco corrisposti dai
contemporanei, ma inattaccabili nella sua anima: «Nel mondo che corre/ la
poesia va adagio:/ si ferma, scruta, ascolta./ E raramente viene colta».
Oppure: «I poeti/ ci inducono a pensare./ Per questo motivo/ sono poco di
moda». Dichiara che nella vita non ha fatto altro che scrivere, non sapendo
fare altro ed ora è ancor più, se non totalmente, rapito dalla poesia, non
esistendo al di fuori di essa nulla a cui valga la pena dedicare il proprio
tempo.
Scrivi, Maurizio… scrivi!
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Maurizio Zanon
è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive; laureato in Lettere Moderne all’Università di
Ca’ Foscari, ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella
Formazione Professionale. È autore di molte raccolte di liriche; la sua
attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la
pubblicazione del libro Prime poesie. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i
quali: Mario Stefani, Flavio Andreoli ed Enzo Concardi.
riportato Da Sergio Batildi
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