“Oltre il silenzio degli sguardi” di Vincenzo Pollinzi: il coraggio fragile di restare vivi dopo il dolore
Pier Carlo Lava
Già dal titolo, “Oltre il silenzio degli sguardi”, emerge la volontà di superare quella zona muta delle emozioni che spesso gli esseri umani non riescono a esprimere apertamente. Pollinzi costruisce una narrazione fatta di pause, dettagli minimi, gesti apparentemente ordinari che però diventano simboli di un’esistenza ferita. La copertina stessa, con il vino versato accanto al bicchiere, suggerisce immediatamente un senso di perdita, di equilibrio infranto, di vita che continua nonostante qualcosa sia andato irrimediabilmente disperso.
La poesia “Epilogo”, inserita come una sorta di confessione finale, rappresenta forse il cuore più intenso dell’opera. “So che tornerò / dove già sono stato”: il ritorno alla normalità non viene raccontato come liberazione, ma come necessità inevitabile. Tornano i cartellini da timbrare, i turni, i caffè bevuti in fretta, gli amici discreti che “sanno aspettare senza fare troppe domande”. È qui che Vincenzo Pollinzi dimostra una notevole capacità narrativa e poetica: riesce a trasformare la vita comune in materia letteraria senza artifici.
Uno dei passaggi più toccanti è certamente quello dedicato all’assenza: “Chi è andato non tornerà. / Resterà dove deve restare, / nel punto più vero del cuore.” In questi versi non c’è disperazione teatrale, ma una forma di accettazione dolorosa e adulta. La perdita non viene cancellata, né superata davvero. Diventa presenza silenziosa, memoria permanente che modifica il modo di guardare il mondo.
Pollinzi evita volutamente ogni eroismo emotivo. Il verso forse più potente dell’intera poesia arriva quasi alla fine: “Non sono guarito. / Ma sono vivo.” È una frase che contiene tutta la fragilità dell’essere umano contemporaneo. Non esiste una guarigione completa dal dolore profondo, sembra dirci l’autore, ma esiste la possibilità di continuare a camminare, anche con passo incerto. E proprio questa imperfezione rende il testo autentico.
Dal punto di vista stilistico, Vincenzo Pollinzi utilizza una scrittura estremamente essenziale, quasi scarnificata. I versi brevi, il ritmo lento e il linguaggio quotidiano ricordano in alcuni momenti la poesia narrativa di Cesare Pavese, soprattutto nella capacità di trasformare la solitudine e il dolore in una riflessione esistenziale universale. Si percepiscono anche echi della malinconia sobria di Giorgio Caproni, dove il viaggio, il ritorno e il camminare diventano metafore della vita stessa.
Testo della poesia
EPILOGO
VINCENZO POLLINZI – Maggio 2026
Questa poesia riesce a colpire perché racconta qualcosa che appartiene a molti: il ritorno alla normalità dopo una perdita, il tentativo di convivere con ciò che non può più essere cambiato, la fatica silenziosa di andare avanti. Non offre illusioni, ma una forma di verità emotiva rara nella scrittura contemporanea. Ed è proprio questa sincerità a renderla intensa.
Biografia dell’autore: Vincenzo Pollinzi è autore di testi narrativi e poetici caratterizzati da una forte componente introspettiva ed emotiva. Nelle sue opere affronta temi legati alla memoria, alla perdita, ai rapporti umani e alla ricerca di autenticità nella vita quotidiana. La sua scrittura, essenziale e malinconica, privilegia l’intensità emotiva e la riflessione interiore, mantenendo sempre uno stile diretto e profondamente umano.
Geo: “Oltre il silenzio degli sguardi” si inserisce nella narrativa e poesia italiana contemporanea che esplora le fragilità dell’esistenza e il rapporto tra dolore e memoria. Alessandria Post continua a promuovere autori contemporanei capaci di raccontare la complessità emotiva del presente attraverso una scrittura autentica e profondamente umana.
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