Alex Zanardi e la nostra incapacità di dire la parola "Fine"
A distanza di qualche giorno dai funerali, mentre il clamore mediatico si placa e la cronaca cerca vorace il prossimo eroe da consumare, resta un silenzio che dovremmo imparare ad abitare. Perché il modo in cui abbiamo raccontato la fine di Alex Zanardi
e il modo in cui abbiamo scelto di non raccontarne gli ultimi anni, dice molto più di noi che di lui. Dice che siamo una società che ha smarrito la grammatica del dolore.
La censura del tramonto
In questi giorni abbiamo assistito a una parata di immagini: Alex sul podio, Alex che ride, Alex che solleva la sua handbike come un trofeo contro il destino. Immagini giuste, ma parziali. C’è stata una sorta di pudore collettivo, quasi una censura, nel mostrare il declino, il silenzio, il letto d'ospedale.
È lo stesso meccanismo visto con la scomparsa di Giorgio Armani: il ritorno ossessivo alle foto di decenni fa, nel pieno dello splendore creativo, come se gli anni della fragilità fossero una nota a piè di pagina da nascondere. La cultura occidentale contemporanea vive una vera e propria rimozione della morte. La percepiamo come un "errore di sistema", un fallimento tecnico della medicina o una vergogna estetica da filtrare, anziché riconoscerla come l’ultimo atto necessario di quel viaggio incredibile che chiamiamo vita.
L’eroismo invisibile e il peso del silenzio
Mentre il mondo applaudiva l'atleta, nell'ombra si consumava un'altra storia, priva di riflettori: quella della famiglia. La nostra cultura della performance premia il movimento verticale, la scalata, il successo, e ignora la tenuta orizzontale di chi "resta".
Come la Penelope dell'Odissea, la famiglia di Alex ha vissuto anni di attese e di un amore che si fa carico fisico. Esiste un tabù potente che dobbiamo infrangere: ammettere che il dolore e la morte, dopo un lungo calvario, possono contenere anche un senso di sollievo. Nominare questo sentimento non significa mancare di amore, ma restituire dignità all'esperienza reale di chi accompagna. Se continuiamo a considerare la morte un tabù, condanniamo chi resta a un lutto gelato e a una solitudine devastante, perché nessuno vuole sentire l'odore della stanchezza che emana da chi accudisce un corpo che non risponde più.
La "Nuda Vita" e la dignità del congedo
Il filosofo Giorgio Agamben parlava di "nuda vita" per descrivere quei parametri biologici tenuti accesi dalla tecnica, mentre la persona sembra già altrove. La nostra capacità medica di prolungare la fine quasi all'infinito non è stata accompagnata da una maturità emotiva capace di abitare quella soglia. Abbiamo imparato a rimandare la morte, ma abbiamo disimparato a morire bene.
Zanardi ci ha insegnato a non arrenderci, ed è stato un dono immenso. Ma oggi, a riflettori spenti, la sua eredità più profonda potrebbe essere un'altra: l'invito a integrare l'ombra nella nostra narrazione. Seneca lo scriveva duemila anni fa: "Tutto è altrui, solo il tempo è nostro". Se viviamo fuggendo dall'idea della fine, finiamo per non possedere nemmeno il presente.
Oltre l'icona
Forse il modo migliore per onorare Alex non è costruire un’icona intoccabile di marmo e successi, ma imparare a guardare in faccia l'intera traiettoria umana. Una storia che deve contenere tutto: l'alba e il tramonto, il vigore e la resa, la medaglia d'oro e il silenzio della stanza di terapia intensiva.
Dovremmo iniziare a insegnare ai nostri figli non solo come combattere, ma anche come cedere con grazia quando il tempo è compiuto. Perché la morte non è l'opposto della vita, ma la sua cornice. E solo accettando il limite del quadro possiamo finalmente apprezzare l'intero valore del dipinto.
Alessandria Post oggi non saluta solo un campione. Saluta un uomo che, nel suo lungo silenzio finale, ci ha costretti a specchiarci nel nostro limite più grande. E in quel limite, se abbiamo il coraggio di non voltare lo sguardo, risiede la nostra più autentica libertà.
Ada Rizzo, 07 Maggio 2026, Jesolo
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