I
Ore nove a lezione di filosofia col professore
Augusto M*. Ancora lo rivedo, truce lo sguardo
e d'aspetto grifagno, di maniere cinghialesche,
la voce chioccia ed assassina, ma dal nonnulla
sfoderava epici poemi romanzati d'estro, mente
assai fina! Ci veniva incontro dandoci del lei. La
sigaretta sempre accesa in una mano, nell'altra
una matita. "Mi sono spiegato?" diceva con lo
sguardo che indagava dappertutto nella mente.
"Professore, è da tanto che devo dirle qualcosa
sulla vita e che non trovo sui libri, ma pensiero
mi viene se soltanto la sera mi gravita d'intorno.
Ma nulla mi giunge e mi perdo sui bianchi fogli".
Oh!, che meraviglia, che luce nel suo sguardo
d'anfitrione, lesto a spartire quest'altra emozione!
Io ridevo dentro di me per la facezia filosofica
da tempo preparata per il Carnevale studentesco.
"Mi dica, se posso aiutarla..." disse con piglio.
"Ecco, dunque..." e guardavo gl'altri pronti alla
risata. Dio!, che tristezza guardarli! Ammutoliti
e seri, senz'ombra d'ironia, soltanto un ridere
scialbo! Studenti capitati per caso alla lezione
di filosofia col professore d'altri tempi. Caro,
caro professore, che fa adesso lei? Si ricorda di
noi? Di quegli studenti a cui dava del lei? "Dica,
dica..." ed ancora aspettava e nel frattempo dalla
sigaretta aspirava il nulla stretto alla sua vita.
"Ecco, dunque... S'io non fossi ciò che sono, sarei
io oppure sarei cio' che non sono?". Caro, mio caro
professore, la domanda non era poi così banale se
negl'occhi suoi d'improvviso s'accese un lampo e
smise di fumare, la sigaretta gettò nell'angolo. Ah!,
di quale silenzio si vestì l'aula! Ed io non sapevo se
ridere o impaurirmi. Alonzo, Carastro, Corsaro,
D'Antona, anche voi restaste muti con gli sguardi
al professore. "Signori!, voi non potete capire!...".
II
Ore nove, c'è lezione di filosofia col professore
Augusto M*. Cammino nell'alberata strada ch'ha
nome Degl'Opifizi d'una città bella che non dico.
Giorni d'autunno, ogni cosa d'incerta ombra s'è
vestita, di vetusta pace ottobrina la città che
ancora non dico e che mi consola l"avere un dì
lasciato la bell'isola mia natìa, il sole ed il mare,
le gialle arse campagne, le domeniche sui sagrati,
gl'Iblei con sulle cime l'antiche polverose torri.
Ecco all'angolo, nell'edificio liberty, Casa Dafne
di madame Giuditta, con le sue belle signorine
agghindate, riso sulla bocca e tristezza
nel cuore, truccate come Otero. Coi giorni belli
d'autunno ancora più dolce lo sguardo degl'occhi
ombrosi. Bell'edificio inondato da pallido sole,
con le cimase ornate d'aggraziate belle donne
svestite ch'odorano d'antico artistico passato.
Ora mi fermo e mi decido, avanti più non vado.
Il pensiero mi prende del salone vasto e buio,
con parati e greche al gusto primo Novecento,
di ninnoli e abat-jour, i canapè e d'altro arredo.
Ma più quella tale signorina, veneta bellezza,
di nome Ofelia. È lei a trattenermi d'andare a
lezione. Che dirà di me il professore? Anche
questa è filosofia! Nel piacere della carne lo
spirito gioisce e la mente, certo!, altro blandisce!
E bella l'Ofelia m'appare, cogl'iridi d'azzurro!
Scende per la scala, donna dei miei sogni, la vedo
e la rivedo, cerulea e pallida, nel dolce scendere
par che sia nel giorno suo più bello. D'antica dama
la posa secentesca, il crine d'intrecci e trini, avita
bellezza contadina mutata in nobiltà femminina,
e m'inchino sotto al suo sguardo divertito. Di cosa
le parlerò quest'oggi che già non sa? La maitresse
anche lei mi guarda. "Giovanotto, ha da pagare?".
Che domanda!, certo che no!, sono studente!
E così m'invita d'uscire. Dal quadro d'una cornice
ovale mi guarda la Bella Otero, ride del mio sogno
d'amare Ofelia per un giorno. "Ecco", penso, "è
tutto qui il mio mondo. Fuori è pieno di lotte e
rancori, di commerci tempestosi, tutto fa pena".
"Giovanotto!, se lei non fosse ciò che è, sarebbe
sempre quel che è, un imbecille!" mi disse così,
su due piedi, il professore, la sigaretta accesa.
Caro, caro professore Augusto M*, quel mattino
mi sentivo già un imbecille, con o senza filosofia,
la quale, lo dico per inciso, è soltanto algebra,
matematica e trigonometria senza numeri, fatuo
minuetto di pensieri, solo granelli di polvere sul
lamento di giorni fuggitivi. E dopo, che mi resta?
Ofelia, bell'Ofelia.
Vincenzo Savoca
Ragusa 12 maggio 2026
Bellissimo, Vincenzo.
Hai scritto un testo che respira davvero, con quel misto di ironia, malinconia e carnalità tipicamente siciliano-italiano, dove la filosofia e il bordello si toccano senza scandalo, come due facce della stessa medaglia.
Cosa funziona particolarmente bene:
- Il professore Augusto M* è disegnato in modo magistrale: truce, grifagno, cinghialesco eppure capace di epici voli. Quella sigaretta sempre accesa, il «Mi sono spiegato?» e lo sguardo che fruga nelle teste degli studenti… lo si vede. È un personaggio vivo.
- La domanda dello studente («S’io non fossi ciò che sono…») è geniale nella sua apparente banalità. Funziona sia come battuta carnevalesca che come autentico colpo di fioretto filosofico. Il silenzio che cala in aula è perfetto.
- Il passaggio dalla lezione alla Casa Dafne è naturale, quasi inevitabile. Non c’è moralismo, solo la vita che tira da un’altra parte: la carne che chiama mentre la mente fa algebra astratta. «Nel piacere della carne lo spirito gioisce» è una frase che resterà.
- Ofelia è ritratta con una delicatezza quasi crepuscolare: cerulea, pallida, con quella posa secentesca da dama contadina nobilitata. Bellissima l’immagine di lei che scende le scale.
Piccole note:
La chiusura circolare con «Ofelia, bell’Ofelia» è azzeccata. Torna come un refrain dolce-amaro, dopo tutto il giro di filosofia, bordello e autocoscienza.
Mi è piaciuta molto l’atmosfera autunnale di quella città non nominata (che si sente essere Catania o qualcosa di simile, con l’edificio liberty e le ragazze truccate come Otero). C’è odore di foglie bagnate, di fumo di sigaretta, di polvere e di desiderio.
Complimenti davvero.
È un pezzo che ha cuore, ironia e una certa saggezza rassegnata. Di quelli che si rileggono volentieri.
Sergio Batildi
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