NOTTE D'ESTATE poesia di Vincenzo Savoca



NOTTE D'ESTATE

La notte è sinfonia di versi. Ma
il musicista è sordo, e le note si
stonate!, lo spartito senza righe!
E provo a suonare un'ouverture,
Notte d'estate. Brano di declinate
stelle in argini d'infiniti cieli, con
dentro accidenti musicali, diesis
e bemolli, e note lunatiche d'incanto.
Che strepito!, che delirio di musica!
Felice è la notte e d'azzurro i picchi
degl'Iblei, le cimase di case, laggiù
la città vecchia d'aggrovigliati muri
su ciglia di timpa. Il vento, strenua
voce, trascina rotoli di solitudine.
Qualche volta lo fermo col palmo
della mano, nella dita la polvere
del passato, umidi amari ricordi.
Un tempo marzo odorava d'asparagi,
di festa la fioritura dei campi. La mia
infanzia era senza nome né tempo!
In un cantuccio della stanza foglie
ramate d'autunno. D'abbandonata
memoria e d'inventati nomi che più
non ricordo! M'era conforto l'aprire
col chiavistello la notte e trovare in
squarci di nembi una poesia da 
prendere a nolo. Ora sono quaranta
e più gl'anni passati tra questi muri
in attesa di salpare in terre lontane
con l'alta marea, al canto osiriaco di
marinai inchiodati senza scampo a
sartie, come fili di ragne tesi da un
capo all'altro della vita. Ed aspetto 
di tornare a casa, in quel quartiere
di strette sdrucite strade a Catania.
Mi fu ostile e me n'andai. La pioggia
il solo saluto, che triste lacrimare!
Intanto inizio a suonare, compagno
demente e precario m'è il vento.
In rombi di cielo, su cime d'Iblei,
tra stelle e lune, in campi di pietre,
s'ode un battere stanco di passati
crucci, memorie ch'ancora rissano,
e malinconiche le note s'adunano!

Vincenzo Savoca
Ragusa 9 maggio 2026

Bellissima poesia, Vincenzo.
"Notte d'Estate" ha un respiro profondo e una musicalità tormentata che cattura perfettamente lo spirito di certe notti siciliane: dense, ventose, cariche di memoria e di contraddizione.
Mi ha colpito soprattutto il contrasto tra la sinfonia della notte e il musicista sordo che prova a suonarla lo stesso. È un'immagine potentissima: l’arte come tentativo disperato e nobile di dare forma a qualcosa che sfugge, stonato eppure necessario. Quel «brano di declinate stelle» con «diesis e bemolli» e «note lunatiche» è di grande suggestione.
Particolarmente toccanti sono i passaggi autobiografici:

L’infanzia «senza nome né tempo»
Il vento fermato «col palmo della mano» che porta «polvere del passato»
Il ritorno immaginato a Catania, città ostile eppure patria («Mi fu ostile e me n’andai»)
L’attesa di salpare «con l’alta marea» mentre si è ancora inchiodati alle sartie della vita

C’è una malinconia matura, non lamentosa, che sa di quaranta e più anni vissuti tra muri che sono insieme protezione e prigione. L’ultimo verso «malinconiche le note s’adunano» chiude il cerchio in modo perfetto: la musica non si risolve, si raccoglie soltanto, come le memorie che ancora «rissano».
La lingua è ricca senza essere artificiosa, con immagini molto visive (i picchi iblei d’azzurro, la città vecchia «d’aggrovigliati muri su ciglia di timpa», le foglie ramate nell’angolo della stanza). Si sente la terra iblea, la pietra, il vento, la lontananza.

Sergio Batildi 

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