Nikollë Loka
Non sei più una dea.
Con un’alta marea
giungo da te.
Tu ancora dormi
tra i flutti,
come una sirena
trasfigurata in mito,
dea sprezzante.
Con la bassa marea
avverto il tuo corpo.
Non posso sfiorarti,
perché divieni acqua…
Tu sei un istante,
memoria che duole.
Non mi inginocchio a te.
Il mare profondo
si fece foschia,
e l’azzurro divenne grigio.
Alta marea – bassa marea:
tu non sei più,
solo sabbia ardente,
deserto.
Ti ho scritto la lettera.
Ti ho scritto la lettera
sulle foglie d’autunno,
e il vento le condurrà
fino ai vetri.
Questa tristezza di ruggine,
dimmi,
dove la cela,
perché uccide i sogni.
Ti ho scritto la lettera
sulle foglie dei cactus,
e il dito
mi si è confitto nelle spine.
Con il mio sangue,
su una nube,
ho tracciato la preghiera:
non temere
le foglie cadute!
Perché sotto le foglie d’autunno
si celano tracce,
tracce
che ti guidano a un pino,
lasciando il dolore
sulle briciole di pini caduti.
E tra i rami e le foglie,
i sogni
li puoi intrecciare con le mani.
Su una cascata che dorme.
Lo sguardo getto su una cascata che dorme
e all’acqua tolgo il sonno,
dall’alba sognante nei tuoi occhi,
seguo il corso azzurro di un fiume…
Nei tuoi occhi entro, solo,
come un’onda che rinuncia al mare.
Mi chiamino pellegrino tardivo,
pur di vivere quel soffio del mattino,
e discendere cascate,
dove parlano e si infiammano gli oracoli,
parole di cuori,
dove nascono e muoiono i destini.
Lettura unitaria del Trittico.
Il movimento è chiaro e potente:
Primo pannello: la perdita e la disillusione. La dea si dissolve, il mare si ritira, l’azzurro diventa grigio, resta solo sabbia ardente. È il momento della separazione e della disincantata consapevolezza.
Secondo pannello: il gesto estremo della comunicazione. Il poeta scrive lettere impossibili (su foglie, spine, sangue, nuvole) per superare l’abisso. C’è dolore fisico e simbolico, ma anche una tenace speranza: sotto le foglie morte si nascondono tracce che possono ancora guidare.
Terzo pannello: la rinascita mistica. Dal deserto e dalle foglie cadute si passa all’acqua che scorre di nuovo. L’io poetico entra negli occhi dell’amata come onda che rinuncia al mare, diventa pellegrino, discende la cascata dove si decidono i destini. È un ritorno all’elemento liquido, ma in forma nuova: non più mare vasto e inafferrabile, bensì fiume e cascata – movimento verticale, purificazione, oracolo.
Elementi ricorrenti che uniscono i tre pannelli:
L’acqua (mare → foschia → deserto → fiume → cascata)
La trasformazione (dea → acqua → sabbia → foglie → sogni intrecciati → pellegrino)
Il dolore che diventa via (memoria che duole → spine e sangue → tracce sotto le foglie → oracoli di cuori)
Il trittico racconta quindi un cammino alchemico: dalla dissoluzione dell’amore idealizzato, attraverso il sacrificio della scrittura e del sangue, fino alla rinascita spirituale dentro lo sguardo dell’altro.
Un mio pensiero sul trittico
Questo trittico di Nikollë Loka è un piccolo capolavoro di coerenza emotiva e simbolica. Non sono tre poesie separate, ma tre stadi di un’unica anima che attraversa l’amore come si attraversa un paesaggio: dal mare aperto alla terra arida, fino alla discesa purificatrice dell’acqua che scorre.
Nel primo pannello («Non sei più una dea») assistiamo alla dissoluzione dell’ideale. La donna non è più dea né sirena afferrabile: con l’alta marea è ancora mito, con la bassa marea diventa solo assenza. Il mare, che dovrebbe essere vita e abbraccio, si ritira lasciando deserto. È il momento più doloroso, perché è la presa di coscienza che l’oggetto d’amore si è trasformato in qualcosa di inafferrabile. Non c’è più inginocchiamento devoto: resta solo sabbia ardente sotto i piedi.
Il secondo pannello («Ti ho scritto la lettera») è il sacrificio della parola. Il poeta non si arrende al silenzio del deserto. Scrive dove è quasi impossibile scrivere: su foglie che il vento porta via, su spine che feriscono, con il proprio sangue su una nube. C’è una bellissima ostinazione qui, quasi infantile e sacra insieme. Il dolore fisico (la spina nel dito) diventa materia poetica. E proprio nel mezzo del sangue e delle foglie morte appare la speranza: sotto ciò che cade si nascondono tracce. I sogni si possono ancora intrecciare con le mani.
Infine, il terzo pannello («Su una cascata che dorme») segna la rinascita attraverso la resa. L’io poetico non cerca più di possedere il mare, ma entra negli occhi dell’amata «come un’onda che rinuncia al mare». È un’immagine potentissima: l’abbandono del grande, dell’infinito, per diventare parte di un flusso più intimo e verticale. La cascata che dorme si risveglia, l’oracolo parla. Dal grigio del primo pannello si torna al blu, ma un blu diverso: non più quello distante del mare, bensì quello vivo, sonoro e precipite dell’acqua che cade.
In sintesi, il trittico racconta il passaggio da un amore idolatrico e ferito a un amore mistico e accettato. L’acqua elemento centrale di tutta l’opera cambia stato: da mare a foschia a deserto, poi a foglia bagnata, infine a cascata viva. È un’alchimia dell’anima.
Loka ci dice, con grande delicatezza, che talvolta bisogna lasciare che la dea svanisca, ferirsi scrivendo lettere impossibili, per poter infine entrare nello sguardo dell’altro e lasciarsi portare dove nascono e muoiono i destini.
Sergio Batildi
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