Morti sul lavoro in Italia, la strage silenziosa che continua: numeri, cause e responsabilità di un’emergenza nazionale
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Nel 2025 le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail sono state 597.710, in aumento dell’1,4% rispetto alle 589.571 del 2024. Le denunce con esito mortale sono state 1.093, quasi stabili rispetto alle 1.090 dell’anno precedente, ma il dato resta drammatico: 798 morti sono avvenuti in occasione di lavoro e 295 nel tragitto casa lavoro, il cosiddetto infortunio in itinere. Nel 2025 si sono inoltre verificati 14 incidenti plurimi, con 33 vittime complessive.
I primi dati del 2026, aggiornati al primo trimestre, confermano che l’emergenza non è finita. Le denunce complessive di infortunio arrivate all’Inail entro marzo sono state 150.440, in aumento del 5,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. I casi mortali denunciati sono stati 192, contro i 210 del primo trimestre 2025. Al netto degli studenti, gli infortuni in occasione di lavoro sono stati 101.163, con 136 morti, mentre quelli in itinere sono stati 22.040, con 53 morti.
Il lavoro continua dunque a ferire e uccidere soprattutto nei settori più esposti: costruzioni, manifattura, trasporti, magazzinaggio, agricoltura e manutenzioni. Nei cantieri il rischio resta altissimo perché si sommano più fattori: lavoro in quota, ponteggi, mezzi pesanti, subappalti, tempi stretti, imprese piccole, lavoratori precari o stranieri, turni faticosi e formazione spesso più formale che reale. Secondo le elaborazioni su base Inail diffuse dall’Osservatorio Vega Engineering, nel 2025 tra i decessi in occasione di lavoro risultano 752 uomini e 46 donne, mentre gli stranieri presentano un indice di mortalità molto più alto degli italiani.
Le cause più frequenti non sono misteriose. Il sistema Infor.MO di Inail e Regioni indica tra le dinamiche ricorrenti degli infortuni mortali e gravi cadute dall’alto, investimento da mezzi, schiacciamento, contatto con organi in movimento, ribaltamenti, caduta di materiali dall’alto, folgorazioni ed esplosioni. Le cadute dall’alto rappresentano una delle modalità più drammatiche: nelle costruzioni, analisi storiche Infor.MO hanno indicato che oltre la metà degli infortuni mortali può essere collegata alla caduta del lavoratore dall’alto, mentre tra le cadute dall’alto ricorrono sfondamento di coperture, scale portatili, ponteggi, varchi non protetti e mancanza di linee vita.
Dietro questi incidenti ci sono spesso motivazioni ripetute: assenza o uso scorretto dei dispositivi di protezione, ponteggi non conformi, protezioni collettive mancanti, macchine senza adeguate protezioni, scarsa manutenzione, procedure non rispettate, formazione insufficiente, sorveglianza debole e organizzazione del lavoro pericolosa. La sicurezza non può essere ridotta a un documento firmato: deve diventare presenza quotidiana nei luoghi di lavoro, controllo reale, responsabilità chiara e cultura condivisa.
Lo Stato negli ultimi anni ha aumentato l’attenzione su ispezioni, patente a crediti nei cantieri, sospensione delle attività in caso di gravi violazioni, rafforzamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro e campagne di prevenzione. Ma i numeri dimostrano che non basta controllare dopo la tragedia. Servono più ispettori, banche dati integrate, controlli mirati sulle imprese recidive, responsabilità più nette lungo la catena degli appalti, formazione pratica obbligatoria e sanzioni realmente dissuasive.
Per ridurre morti e feriti bisogna intervenire prima dell’incidente: stop agli appalti al massimo ribasso, verifica seria dei subappalti, formazione in lingua comprensibile per i lavoratori stranieri, obbligo effettivo di dispositivi anticaduta, controlli su ponteggi e macchinari, manutenzione programmata, pause adeguate, segnalazione anonima dei rischi, più rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e premi concreti alle aziende che dimostrano risultati verificabili. La sicurezza costa, ma l’insicurezza costa molto di più: vite spezzate, famiglie distrutte, invalidità permanenti, spese sanitarie, costi assicurativi e perdita di fiducia sociale.
Questa non è una guerra inevitabile, ma una strage prevenibile. Ogni morto sul lavoro è il fallimento di un sistema che doveva proteggere una persona prima che fosse troppo tardi. Parlare di sicurezza non significa rallentare l’economia, ma renderla più civile. Un Paese moderno non si misura solo dalla produzione, ma dalla capacità di non sacrificare chi lavora.
Geo: L’emergenza riguarda tutta l’Italia, dal Nord industriale ai cantieri del Centro e del Sud, con particolare attenzione ai territori dove edilizia, logistica, agricoltura e manifattura pesano maggiormente sull’occupazione. Anche il Piemonte e la provincia di Alessandria sono parte di questo quadro nazionale, nel quale la prevenzione deve diventare una priorità concreta per imprese, istituzioni e comunità locali.Se ti è piaciuto, condividilo su WhatsApp
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