Mattia Battistetti, il lavoro che non riporta a casa: memoria, dolore e verità oltre il Primo Maggio di Yuleisy Cruz Lezcano
Mattia Battistetti, il dolore che resta oltre il Primo Maggio
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)
A pochi giorni dal Primo Maggio, quando piazze e palchi si riempiono di parole sul lavoro, ce ne sono alcune che restano sospese più delle altre. Non sono slogan, non cercano consenso: pesano. Sono quelle pronunciate da una madre che un figlio dal lavoro non l’ha più visto tornare.
Il volto evocato da Monica Michielin è quello di Mattia Battistetti, 23 anni, morto il 29 aprile 2021 in un cantiere a Montebelluna, travolto da un bancale di ponteggi da quindici quintali. Un peso reale, concreto, ma anche simbolico: quello che da allora grava su una famiglia e su una domanda che continua a restare aperta.
Sul palco, la madre ha detto che il lavoro dignitoso “ha il volto di suo figlio”. E poi ha provato a definirlo, togliendolo dall’astrazione:
“Lavoro dignitoso significa prima di tutto tornare a casa. Significa rispetto: delle regole, della formazione, dei tempi, della vita. Significa responsabilità: di chi organizza, di chi decide, di chi controlla.
Significa memoria: perché chi muore lavorando non diventi solo un numero.”
Parole semplici, ma difficili da smentire. Perché ogni volta che qualcuno non torna, l’idea stessa di lavoro si incrina.
E allora il Primo Maggio smette di essere una celebrazione e diventa una soglia: tra ciò che si dice e ciò che accade davvero nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi. “Non si può accettare che ci siano ancora morti sul lavoro come se fossero fatalità”, ha detto. È una frase che rompe una narrazione comoda, quella dell’incidente inevitabile, e chiama in causa un sistema intero.
La recente sentenza del tribunale ha condannato alcune figure operative, assolvendo i vertici aziendali. Una distinzione giuridica che però non colma la distanza tra giustizia formale e senso di giustizia di chi resta. Perché dietro ogni lavoratore, lo ha ricordato la madre, “ci sono affetti, relazioni, vite intere che non possono essere sostituite.”
E così il dolore non resta confinato a una data. Non finisce il primo di maggio, non si esaurisce andando avanti. Continua nei giorni ordinari, nei gesti ripetuti, nei silenzi.
A questa frattura tra dolore e sentenza si aggiunge un elemento più profondo, che raramente trova spazio nel dibattito pubblico: il limite della giustizia penale di fronte a tragedie che nascono dentro sistemi complessi.
Nei cantieri, nelle aziende, nei luoghi di lavoro, la sicurezza non dipende quasi mai da una sola persona o da un singolo errore. È il risultato di una rete: procedure, controlli, tempi, pressioni produttive, formazione reale (non solo formale), manutenzioni, decisioni economiche. Quando questa rete cede, il punto esatto in cui attribuire la colpa diventa difficile da isolare.
Quando si prende in considerazione la distanza tra ciò che è accaduto e ciò che si riesce a dimostrare.La conseguenza è una percezione di giustizia incompleta perché la responsabilità appare “spezzata”, perché le pene risultano minime rispetto alla gravità della perdita, perché il linguaggio giuridico fatica a contenere quello umano.
E così resta una domanda aperta: chi risponde davvero quando la sicurezza fallisce non per un gesto isolato, ma per una catena di condizioni che rendono possibile quell’errore?
Per Mattia
A Monica, che porta ogni giorno sulle spalle il peso dell’assenza e il coraggio dell’amore più puro,
che il ricordo di Mattia, la sua luce e la sua bontà, possa trovare rifugio nel suo cuore e nei gesti silenziosi della sua vita, che ogni passo al suo fianco le dia forza, e che l’abbraccio della memoria trasformi il dolore in presenza.
Quando la morte arriverà, noi non saremo,
non saremo più carne di pensiero,
né lingua che si piega al silenzio delle ore,
né occhi che indugiano sul ristagno del mondo.
Il cantiere dorme sotto un cielo di ruggine,
polveri di ferro e stelle cadono tra le mani,
sogni giovani frantumati tra lamiere immobili,
ogni respiro si spezza nel suono della caduta.
La madre cammina tra tombe e ricordi,
due volte al giorno il suo passo risuona,
sotto il sole spento, tra il vento e la pioggia,
come un’eco che non trova mai la fine.
I suoi occhi raccolgono l’ombra del figlio,
la sua voce sfiora il vuoto con i gesti invisibili
della parola che allenta sul filo teso
su ogni lacrima che pesa sull’anima.
Da un abisso sale il melenso della fiala,
atroce sogno che avvolge le palpebre stanche,
una coda invisibile si snoda nel gorgo,
tra vortici che inghiottono luci e ricordi.
Voli estranei danzano nell’aria
quando il cielo al grido dei falchi apre
memorie spezzate che il vento tenta di ricomporre,
energia sospesa tra il dolore e l’amore,
eco che rimbalza negli spazi dove lui non c’è.
Ogni passo sul prato del cimitero è un rodeo di liberazioni,
ogni carezza sul marmo una scia di luce fragile,
una fiamma che trema, senza nome e senza tempo,
un palpito che arde e svanisce, e ancora arde.
Non c’è festa, non c’è gioia che la consoli,
solo il volto che incomincia ogni mattina nel ricordo,
e il silenzio che accoglie i sogni mai vissuti,
tra il tremore dei sensi e l’eterno abbraccio dell’assenza.
Mattia Battistetti, il giovane operaio di 23 anni travolto da un carico di ponteggi nel cantiere edile Bordignon di Montebelluna (Treviso) il 29 aprile 2021.
Geo: Il caso di Mattia Battistetti, giovane operaio morto nel 2021 a Montebelluna, in provincia di Treviso, continua a rappresentare uno dei simboli più dolorosi del tema delle morti sul lavoro in Italia. Un dramma che travalica i confini locali e si inserisce in un contesto nazionale ancora segnato da incidenti e carenze nei sistemi di sicurezza,
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