L'ipocrisia dei santi digitali di Giuseppina De Biase

Sono stanca, sono veramente stanca di vedere i social trasformati in una sfilata di santi che, appena spento lo schermo, si dimenticano cosa sia l'umanità. 
Scrivono parole struggenti, esibiscono ferite e dichiarano amori eterni ai quattro venti, ma spesso è solo un modo per brillare di una luce riflessa, per cercare quella pietà o quell'ammirazione che non sanno guadagnarsi con la coerenza dei fatti.
Chi ama e chi soffre davvero, di solito, lo fa nel silenzio di una stanza o nella profondità di uno sguardo. Non servono post di "amore" se poi non si è stati capaci di dare amore quando quel genitore era in vita, o se si usano quelle stesse dita per ferire chi ci sta accanto oggi.
Scrivere di sentimenti è diventata una strategia, una maschera per nascondere l’egoismo. Ma chi scrive davvero non ha bisogno di farsi luce con un'aureola finta. La sensibilità non è un trofeo da esibire, è un modo di stare al mondo, spesso faticoso e silenzioso, che non ha nulla a che fare con la perfezione che leggiamo online.
Io scrivo e so che la vera sensibilità non è un vestito che si indossa per raccogliere like. È una pelle sottile che ti fa sentire tutto, il bello e il brutto, e che spesso preferisce il silenzio al rumore di un post.
Oggi la sensibilità è diventata un accessorio di moda. Viene esibita come una foto per apparire migliori.
C’è chi scrive post commoventi sulla fragilità e un minuto dopo calpesta i sentimenti di chi ha vicino. C’è chi si professa "anima antica" per attirare l’attenzione, trasformando l’emozione in una merce di scambio per un pugno di like.
Ma chi scrive per passione o per mestiere conosce bene la differenza. Scrivere non è una performance, è un atto di nudità. La vera sensibilità non cerca il palcoscenico, è quella forza silenziosa che ti porta a sentire il peso del mondo sulle spalle, che ti costringe a fermarti davanti a un tramonto o al pianto di uno sconosciuto.
Per una scrittrice come me  la parola è un ponte, non uno specchio per il proprio ego. Mentre il "femminaiolo" di turno o il manipolatore seriale usano il linguaggio dei sentimenti come un’esca per catturare prede, chi è sensibile davvero usa le parole per curare, per capire, per resistere.
Dobbiamo dircelo con onestà: la sensibilità non si misura con post o frasi, si misura nella coerenza. Si misura nel silenzio di chi sa restare accanto a qualcuno senza bisogno di postarlo. Si misura nella capacità di non ferire, anche quando sarebbe facile farlo. È ora di tornare a distinguere la capacità di scrivere dalla capacità di sentire. Perché la verità non abita nei post  motivazionali, ma in quei gesti invisibili che nessuno vedrà mai su un social ma che restano impressi sulla pelle di chi li riceve. La scrittura autentica resterà sempre l'unico antidoto a questo teatro della finzione: una voce che trema, ma che non mente mai.
Io resto qui, con la mia penna e il mio dito del cuore, convinta che la vera sensibilità si vede da come trattiamo i vivi, non da come celebriamo i morti per raccogliere consensi. Perché un'anima vera si riconosce dal peso dei suoi silenzi, non dal rumore dei suoi post.
La sensibilità è quello che rimane di noi quando mettiamo giù il cellulare  e iniziamo finalmente a vivere, per davvero.
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