“L’impronta del torchio” di Graziano Citelli: la poesia come ultimo rifugio della memoria contro il vuoto digitale
- Ottieni link
- X
- Altre app
La poesia di Citelli possiede una qualità rara nella scrittura contemporanea: riesce a essere profondamente culturale senza diventare mai fredda o accademica. I versi si muovono tra immagini tattili e simboliche, creando un’atmosfera sospesa che ricorda certi paesaggi interiori di Jorge Luis Borges, Umberto Eco e Mario Luzi. Il libro antico non è soltanto un oggetto, ma un corpo vivente, una creatura fatta di fibre, odori e memoria stratificata.
Fin dai primi versi, il lettore entra in uno spazio quasi monastico, dominato dal silenzio e dalla sedimentazione del tempo: “Sotto i portici del chiostro, dove l’aria sa di polvere e clausura”. Qui il poeta costruisce un’immagine di straordinaria forza visiva e sensoriale. La polvere non rappresenta abbandono, ma permanenza; la clausura non è isolamento, ma protezione del sapere.
Uno dei nuclei centrali della poesia emerge nel confronto tra carta e silicio. Citelli non demonizza esplicitamente il digitale, ma ne evidenzia il limite più inquietante: l’assenza di corporeità. “C’è un peso nella carta, un’autorità che il silicio non conosce” è probabilmente il verso chiave dell’intero testo. In poche parole viene sintetizzata la distanza tra memoria fisica e memoria liquida, tra durata e volatilità.
L’immagine dell’“ancora nel mare dei bit” è particolarmente efficace perché traduce poeticamente una sensazione condivisa da molti lettori contemporanei: quella di vivere immersi in un flusso infinito di informazioni prive però di radici profonde. Il libro antico diventa allora un presidio umano contro l’oblio tecnologico, una forma di resistenza culturale e spirituale.
Anche il lessico scelto da Citelli contribuisce alla forza del testo. Termini come “bulino”, “incunabolo”, “legature” evocano il mondo dell’artigianato tipografico e della trasmissione materiale del sapere. Non c’è compiacimento erudito, ma un’autentica volontà di riportare il lettore dentro la fisicità della cultura.
La chiusa della poesia è di grande intensità filosofica: “sfogliare il tempo, e non trovare fondo”. Qui Citelli supera il tema del libro e approda a una riflessione più ampia sulla memoria umana e sull’impossibilità di esaurire davvero il passato. Ogni pagina apre nuove profondità, ogni testo contiene altri testi, in una vertigine quasi infinita.
L’impronta del torchio è dunque una poesia sulla memoria, sul tempo e sulla sopravvivenza della materia culturale nell’epoca digitale. Ma è anche una riflessione sull’uomo contemporaneo, sospeso tra il desiderio di conservare e la velocità che continuamente cancella.
Graziano Citelli si conferma autore capace di coniugare eleganza formale, pensiero critico e intensità evocativa. La sua scrittura non cerca effetti facili, ma costruisce lentamente immagini che restano nella mente del lettore, come l’odore di un libro antico ritrovato dopo molti anni.
In un’epoca dominata dalla velocità digitale e dall’oblio immediato, poesie come L’impronta del torchio ricordano che esiste ancora un valore nella lentezza, nella materia e nel gesto fisico del leggere. È forse proprio questa la grande forza del testo di Citelli: trasformare il libro antico in metafora della nostra necessità di lasciare tracce, di opporci al vuoto e di continuare, ostinatamente, a “sfogliare il tempo”.
Geo: La poesia contemporanea italiana continua a esplorare i grandi temi della memoria, della tecnologia e della trasformazione culturale. Alessandria Post dedica spazio alla poesia d’autore e alla riflessione letteraria contemporanea, valorizzando testi che uniscono profondità filosofica, ricerca linguistica e sensibilità umana.
Seguiteci su: Alessandria Post - Facebook: Pier Carlo Lava - News Online di Alessandria e non solo - Twitter @icittadini di Pier Carlo Lava
Se ti è piaciuto, condividilo su WhatsApp.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post