Ci sono momenti in cui la vita sembra troppo densa, troppo caotica o troppo frammentata per essere raccontata. In quei giorni, i romanzi ci sembrano montagne insormontabili e persino le poesie tradizionali rischiano di perdersi in troppi giri di parole. Qualche tempo fa, mi sono trovato in un vicolo cieco espressivo. Cercavo una chiave. Poi, quasi per caso, mi sono imbattuto in un verso del poeta greco Ghiannis Ritsos:
“Fino in fondo al baratro il ringraziamento.”
Una riga sola. Un unico, potente respiro. Si trattava di un monocordo (dal greco monochorda). Nel 1980, Ritsos pubblicò una raccolta di poesie composte da un solo, fulminante verso. Li definiva le sue "chiavi" per aprire la realtà. Per me, è stata una folgorazione immediata.
Che cos'è un monocordo?
In musica, il monocordo è uno strumento antichissimo con una sola corda, usato da Pitagora per scoprire le leggi matematiche dell'armonia. In poesia, diventa uno strumento altrettanto radicale: togliere tutto il superfluo per far vibrare una sola corda emotiva.
Non è un semplice aforisma e non è un haiku. È una freccia. Un monocordo deve avere la forza di mettere vicini gli opposti (il baratro e il grazie, il piccolo e l'immenso) e deve farlo nello spazio di un battito di ciglia. È la disciplina di dire tutto prima che finisca l'ossigeno.
La mia stanza delle parole
Affascinato da questa verticalità, ho iniziato a guardarmi intorno. Ho smesso di cercare "la grande storia" e ho cominciato a cercare l'essenziale nelle cose minuscole: una pianta sul balcone, il riflesso del sole, il rumore di un respiro nella stanza vuota.
Scrivere monocordi è diventato un esercizio di guarigione e di messa a fuoco. Significa costringere il dolore, la gioia o la nostalgia a distillarsi fino a diventare puro profumo.
Questo è il mio taccuino degli ultimi giorni. Otto piccoli monocordi, otto chiavi che ho provato a forgiare per raccontare il mio mondo:
Pianta — Radici che scrivono silenzio nella terra mentre il ramo impara il cielo.
Sole — Un’ora d’oro che si scioglie sulla pelle come una promessa senza voce.
Vento — Le dita invisibili che sfogliano il respiro del mondo senza chiedere permesso.
Respiro — Il ponte sottile tra il vuoto che entra e il suono che esce piano.
Dolore — Un nodo che impara a parlare quando tutte le altre parole tacciono.
Gioia — Una scheggia di luce che non sa stare ferma nella gabbia del petto.
Mano — Cinque strade che si aprono dal polso per toccare l’assenza.
Madre — Il primo nome che il silenzio impara prima ancora di saper dire io.
Un invito a rallentare
Viviamo in un'epoca di fiumi di parole, tweet compulsivi, storie che scadono dopo ventiquattr'ore. Vi invito a fare questo esperimento: fermatevi un secondo. Scegliete una parola (può essere tazza, pioggia, attesa, paura). Guardatela finché non si spoglia dei suoi significati banali.
E poi, scrivete la vostra riga. Fate vibrare la vostra unica corda. Se vi va, lasciate il vostro monocordo nei commenti qui sotto: iniziamo a collezionare chiavi insieme.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post