L’appuntamento nel cortile della Casa Tolstoj,un racconto breve di Sergio Batildi

 


L’appuntamento nel cortile

La notte di maggio a San Pietroburgo era ancora fredda, ma il cortile della Casa Tolstoj respirava di un tepore strano, come se le pietre ricordassero un altro secolo.

Ero entrato dal portone di Ulitsa Rubinstein quasi per caso, attirato da una luce gialla che filtrava tra gli archi Art Nouveau. Il cortile interno era più grande di quanto sembrasse dalla strada: un quadrilatero di mattoni e ferro battuto, con le balconate che si affacciavano come palchi di un teatro deserto.

Due figure mi aspettavano sotto un lampione che non avrebbe dovuto essere acceso.

Quello di sinistra era alto, avvolto in un mantello nero che sembrava assorbire la poca luce. Portava occhiali scuri nonostante l’oscurità e un bastone dal pomo d’argento. Sorrideva con ironia antica. Woland.

Accanto a lui, un uomo massiccio, quasi un gigante, con un occhio di vetro che rifletteva la fiamma del lampione. Fumava una sigaretta lunga e sottile, il fumo che saliva in spirali troppo ordinate per essere naturali. Indossava un completo degli anni Venti, perfettamente stirato. Boris Pozdneev.

«Finalmente sei arrivato» disse Woland con voce profonda e cortese. «Ti abbiamo aspettato più a lungo del previsto. Il tempo, qui dentro, si comporta male.»

Boris fece una risata bassa, come un tuono lontano. «Mikhail Afanas’evič veniva qui, sai? Saliva da me, beveva tè forte e parlava poco. Ma osservava tutto. Soprattutto me.»

Mi avvicinai. Il selciato sotto i piedi sembrava cedere leggermente, come se il cortile fosse sospeso tra due realtà.

«Perché mi avete chiamato?» domandai.

Woland inclinò la testa. «Non ti abbiamo chiamato. Sei tu che hai seguito le tracce. Mosca ha il suo appartamento numero 50, ma qui, in questo cortile, è nato qualcosa di più pericoloso: il prototipo. Boris non era solo un uomo. Era già una leggenda prima ancora che Bulgakov scrivesse la prima riga.»

Pozdneev espirò una nuvola di fumo che per un istante prese la forma di un gatto nero con orecchie enormi. «Io gli ho dato l’occhio, la statura, la voce. Lui mi ha dato l’eternità. Un buon affare, direi.»

Il vento si alzò improvvisamente, facendo cigolare le ringhiere di ferro. Dalle finestre illuminate dei piani superiori giungevano voci lontane: qualcuno rideva, un pianoforte suonava un valzer stonato, un bambino chiamava la madre.

«Questo cortile sa troppe cose» continuò Woland, camminando lentamente intorno a me. «Qui Bulgakov capì che il Diavolo non ha bisogno di corna vistose. Basta un buon sarto, un occhio di vetro e la capacità di ascoltare le persone quando credono di non essere viste.»

Boris si tolse il cappello per un istante. La luce del lampione gli illuminò il volto: era un viso russo antico, forte e malinconico. «Ogni volta che qualcuno entra in questo cortile di notte con il libro in tasca, noi torniamo. Non sempre insieme. A volte c’è anche il gatto. A volte la Margherita nuda sul tetto. Ma stanotte siamo solo noi due.»

Mi porse la sigaretta. Non fumavo da anni, eppure la presi. Il tabacco aveva un sapore di ciliegia e zolfo.

«Cosa volete da me?» chiesi.

Woland rise piano. «Niente di speciale. Solo che tu ricordi. Che quando tornerai a casa e riaprirai Il Maestro e Margherita, saprai che una parte di noi è rimasta qui, in questo cortile, ad aspettare il prossimo lettore curioso.»

Boris mi posò una mano pesante sulla spalla. Era calda, stranamente viva. «E se un giorno scriverai qualcosa tu, mettici un cortile. Tutti i diavoli migliori nascono nei cortili.»

Il lampione tremolò. Per un secondo vidi il cortile com’era nel 1929: neve sporca, un uomo magro con gli occhiali che saliva le scale con una cartella sottobraccio, e Boris che faceva le fusa con un farfallino rosso che lo aspettava sulla porta con il samovar già pronto.

Poi tornò la notte di maggio.

Quando riaprii gli occhi ero solo. Il cortile era vuoto, silenzioso. Solo una sigaretta ancora accesa per terra, che si consumava da sola, e un bastone con il pomo d’argento appoggiato contro il muro.

Lo presi. Era freddo.

Mentre uscivo dal portone di Ulitsa Rubinstein, sentii alle mie spalle una voce profonda, quasi un sussurro:

«Torna quando vuoi. Il cortile è sempre aperto… per chi sa leggere tra le righe.»

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