L'AMANTE una poesia di Vincenzo Savoca

 

L'AMANTE

 

Tu sei la buona terra ch'odora

di grano e d'ombra, e gemita in

notti d'estate sazia ed ingorda,

l'amaro profumo d'azzurraggio

mare. Di rugghi e di risacche il

suono, su proda fitta d'acqua e

stilla spuma a sprizzi, di rivoli

l'argentata luce, roco crepitìo

dolce e vago il canto d'acqua!

Tu sei l'amore ch'attosca l'ora

tenera e dolce del mio vespro,

e mi perdo sulle soglie del tuo

mare, frastornato d'effimero,

trambusto di membra, in vacui

suoni di voce, d'ansiti e gridi.

D'estasi il cammino su sabbie

lunari, in dondolii di giostre

davanti al mare sfogliato d'onde,

insazi ed ingordi, avvinti in bocche

scucite. Duello d'amore, minuetto

in angoli d'ombra, in vichi di brama.

Sì pallida m'offri la rosa vermiglia

su strisce di sole amante di selve,

tra il fieno l'aura spiga colore di

luna, tende d'immenso l'infinite

soglie, lacrime di primavera a gocce

sugl'argini ombrati d'erba bruna.

A te mi vendo, al tuo ignudo rosaio

lussuriante. Già lo sai, m'affondo

in pallidezze diafane di membra,

nella trama di turriti colli, di selve

e cespi, di porti di mare, sull'onda

d'increspato mare, laggiù l'annego!

E so già ch'altro ancora domandi

al declinare dei sensi. Sei il mio cibo,

il mio pane ed il mio vino. Dalle tue

labbra bevo clorofilla di vita, nettare

d'ambrosia. E precipito nell'inferno

d'ignee fiamme, nel tuo spasmo

d'apocalisse celeste, Divina Civetta!

Roste i capelli fucsia, di fata e d'arpia.

Ossessa ti scuoti all'impuro peccato,

bacio freddo e senz'amore, schiava

di piacere solo di membra. Tu sei il

vento che gioca con l'onda, furente

spumeggi su creste devastate di baci,

e declini sui fianchi la bellezza sì

ardita, bianca e bella ancora sussulti!

Tu giaci con posture d'aquila, nivea

di membra, d'incanto piacere, ventre

di spiga, capelli d'aggrovigliate roste,

bocca lassa nel bacio di Giuda, crudele

dolcezza gl'occhi. E divampi, spasimo

disarmonico nell'ode d'amore, schiava

d'un piacere più scaltro. Vizio che vibra

in detriti d'angosciato girotondo, moto

d'abisso, contrabbandiera di sangue e

morte. Sei la lenta agonia d'estate che

muore in pietre di solitudine. Sei il mare

che s'impenna nel ludibrio dell'onde e

torna!, torna!, nel moto di mala follia!,,

catastrofe di morte, simulato amore!

 

VIncenzo Savoca

Ragusa 17 maggio 2026

 La poesia L'AMANTE di Vincenzo Savoca si muove dentro una dimensione sensoriale e quasi febbrile, dove eros, natura e dissoluzione diventano la stessa materia. Non racconta un amore, lo consuma. È una poesia che non cerca equilibrio, anzi, vive di eccesso, accumulo, traboccamento lessicale, e proprio lì trova la sua forza.

Il mare è il vero organismo vivente del testo. Non è sfondo, non è simbolo decorativo, ma corpo parallelo dell’amante. Le “risacche”, i “rugghi”, le “creste devastate di baci”, il “moto di mala follia” trasformano il desiderio in fenomeno naturale, quasi geologico. L’amata diventa terra, onda, spuma, grano, porto, inferno, civetta, apocalisse. È continuamente mutante, mai ferma, mai veramente umana. In questo c’è qualcosa di decadente e visionario, quasi dannunziano, ma attraversato da un’ombra più cupa, più corrosiva.

Molto interessante il modo in cui Savoca lavora sulla fisicità delle parole. Non cerca la limpidezza, preferisce la densità sonora. Termini come “azzurraggio”, “attosca”, “roste”, “ignudo rosaio”, “spasimo disarmonico” costruiscono una lingua che sembra provenire da un’altra epoca poetica, volutamente fuori asse rispetto alla lingua contemporanea. È una scelta rischiosa, perché porta facilmente al sovraccarico, ma qui riesce spesso a mantenere coerenza grazie al ritmo continuo e alla tensione visionaria.

C’è poi un elemento molto forte: l’amore viene continuamente associato alla fame, al consumo, alla distruzione. “Sei il mio cibo, il mio pane ed il mio vino”, “contrabbandiera di sangue e morte”, “catastrofe di morte, simulato amore”. L’eros non salva mai. È una dipendenza cosmica, una vertigine che trascina verso il basso. La donna-amante non è musa romantica, è creatura ambigua, metà divinità e metà predatrice. La “Divina Civetta” è forse il centro simbolico più riuscito dell’intera poesia: figura notturna, sensuale, sapiente e insieme funerea.

Anche il finale è potente proprio perché rompe l’estasi accumulata prima. Dopo il diluvio sensoriale resta il vuoto, resta il sospetto del “simulato amore”. Come se tutta la costruzione erotica fosse anche una messinscena, un teatro biologico e malinconico. E allora il mare che “torna!, torna!” diventa quasi una condanna ciclica, un desiderio che non si esaurisce mai e che proprio per questo consuma.

Sergio Batildi

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