L'AMANTE
Tu sei la buona terra ch'odora
di grano e d'ombra, e gemita in
notti d'estate sazia ed ingorda,
l'amaro profumo d'azzurraggio
mare. Di rugghi e di risacche il
suono, su proda fitta d'acqua e
stilla spuma a sprizzi, di rivoli
l'argentata luce, roco crepitìo
dolce e vago il canto d'acqua!
Tu sei l'amore ch'attosca l'ora
tenera e dolce del mio vespro,
e mi perdo sulle soglie del tuo
mare, frastornato d'effimero,
trambusto di membra, in vacui
suoni di voce, d'ansiti e gridi.
D'estasi il cammino su sabbie
lunari, in dondolii di giostre
davanti al mare sfogliato d'onde,
insazi ed ingordi, avvinti in bocche
scucite. Duello d'amore, minuetto
in angoli d'ombra, in vichi di brama.
Sì pallida m'offri la rosa vermiglia
su strisce di sole amante di selve,
tra il fieno l'aura spiga colore di
luna, tende d'immenso l'infinite
soglie, lacrime di primavera a gocce
sugl'argini ombrati d'erba bruna.
A te mi vendo, al tuo ignudo rosaio
lussuriante. Già lo sai, m'affondo
in pallidezze diafane di membra,
nella trama di turriti colli, di selve
e cespi, di porti di mare, sull'onda
d'increspato mare, laggiù l'annego!
E so già ch'altro ancora domandi
al declinare dei sensi. Sei il mio cibo,
il mio pane ed il mio vino. Dalle tue
labbra bevo clorofilla di vita, nettare
d'ambrosia. E precipito nell'inferno
d'ignee fiamme, nel tuo spasmo
d'apocalisse celeste, Divina Civetta!
Roste i capelli fucsia, di fata e d'arpia.
Ossessa ti scuoti all'impuro peccato,
bacio freddo e senz'amore, schiava
di piacere solo di membra. Tu sei il
vento che gioca con l'onda, furente
spumeggi su creste devastate di baci,
e declini sui fianchi la bellezza sì
ardita, bianca e bella ancora sussulti!
Tu giaci con posture d'aquila, nivea
di membra, d'incanto piacere, ventre
di spiga, capelli d'aggrovigliate roste,
bocca lassa nel bacio di Giuda, crudele
dolcezza gl'occhi. E divampi, spasimo
disarmonico nell'ode d'amore, schiava
d'un piacere più scaltro. Vizio che vibra
in detriti d'angosciato girotondo, moto
d'abisso, contrabbandiera di sangue e
morte. Sei la lenta agonia d'estate che
muore in pietre di solitudine. Sei il mare
che s'impenna nel ludibrio dell'onde e
torna!, torna!, nel moto di mala follia!,,
catastrofe di morte, simulato amore!
VIncenzo Savoca
Ragusa 17 maggio 2026
Il mare è il vero organismo vivente del testo. Non è sfondo, non è simbolo decorativo, ma corpo parallelo dell’amante. Le “risacche”, i “rugghi”, le “creste devastate di baci”, il “moto di mala follia” trasformano il desiderio in fenomeno naturale, quasi geologico. L’amata diventa terra, onda, spuma, grano, porto, inferno, civetta, apocalisse. È continuamente mutante, mai ferma, mai veramente umana. In questo c’è qualcosa di decadente e visionario, quasi dannunziano, ma attraversato da un’ombra più cupa, più corrosiva.
Molto interessante il modo in cui Savoca lavora sulla fisicità delle parole. Non cerca la limpidezza, preferisce la densità sonora. Termini come “azzurraggio”, “attosca”, “roste”, “ignudo rosaio”, “spasimo disarmonico” costruiscono una lingua che sembra provenire da un’altra epoca poetica, volutamente fuori asse rispetto alla lingua contemporanea. È una scelta rischiosa, perché porta facilmente al sovraccarico, ma qui riesce spesso a mantenere coerenza grazie al ritmo continuo e alla tensione visionaria.
C’è poi un elemento molto forte: l’amore viene continuamente associato alla fame, al consumo, alla distruzione. “Sei il mio cibo, il mio pane ed il mio vino”, “contrabbandiera di sangue e morte”, “catastrofe di morte, simulato amore”. L’eros non salva mai. È una dipendenza cosmica, una vertigine che trascina verso il basso. La donna-amante non è musa romantica, è creatura ambigua, metà divinità e metà predatrice. La “Divina Civetta” è forse il centro simbolico più riuscito dell’intera poesia: figura notturna, sensuale, sapiente e insieme funerea.
Anche il finale è potente proprio perché rompe l’estasi accumulata prima. Dopo il diluvio sensoriale resta il vuoto, resta il sospetto del “simulato amore”. Come se tutta la costruzione erotica fosse anche una messinscena, un teatro biologico e malinconico. E allora il mare che “torna!, torna!” diventa quasi una condanna ciclica, un desiderio che non si esaurisce mai e che proprio per questo consuma.
Sergio Batildi
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