La trave, la biondezza e il boomerang: il caso Venezi alla Fenice - di Ada Rizzo

 



Esiste un meccanismo psicologico antico quanto l’uomo, che Freud battezzò con il nome di proiezione: quell'elegante operazione mentale per cui ciò che non tolleriamo in noi stessi lo vediamo, con cristallina nitidezza, nel nostro prossimo. Un classico. Ed è esattamente ciò che ho visto riflesso nelle recenti dichiarazioni di Beatrice Venezi rilasciate al quotidiano argentino La Nación.

Il peccato originale: l'intervista "oltreoceano"

Tutto nasce da una chiacchierata pubblicata il 23 aprile scorso. Forse Venezi sperava che, parlando in Sudamerica, le sue parole non attraversassero le Alpi. Ma le parole, si sa, viaggiano più veloci delle bacchette. Tra un accenno all'amicizia con la Premier e l'amore per Buenos Aires, la direttrice d’orchestra è scivolata sull'orchestra della Fenice di Venezia, definendola un luogo dove "le posizioni si tramandano di padre in figlio".

Ha poi rincarato la dose paragonandosi a Diego Matheuz, liquidato come mero "protetto di Abbado", aggiungendo che lei, invece, non ha padrini e che essere "donna, giovane e bionda" l'ha favorita meno di zero.

La freccia colpisce il tiratore

Trovo che il paragone con Matheuz faccia sorridere i polli. Matheuz non è un "raccomandato", è uno dei frutti più brillanti di quel sistema rivoluzionario che in Venezuela ha tolto 300mila ragazzi dalla strada regalando loro uno strumento musicale. Definire "protetto" chi ha fatto anni di gavetta internazionale documentata palco per palco è un autogol clamoroso.

Il punto è proprio questo: la proiezione non mente mai del tutto. Chi ottiene una posizione di rilievo grazie a relazioni privilegiate con il potere politico (come la stessa Venezi rivendica con orgoglio citando il suo legame con Giorgia Meloni), e poi accusa un'intera istituzione di nepotismo, sta descrivendo una fotografia interiore che non riesce a guardare. È meno doloroso vedere la "raccomandazione" negli altri che riconoscerla in sé.

La reazione della Fenice e la morale clinica

I professori d’orchestra della Fenice non l’hanno presa bene, e come dar loro torto? Hanno risposto parlando di attacco diretto all'identità della Fondazione e hanno annullato ogni collaborazione futura. Fine dei giochi.

La cosa più affascinante della proiezione, dal punto di vista clinico, è che più è intensa, più è rivelatrice. La violenza dell'accusa è spesso proporzionale alla difficoltà di guardarsi dentro. I Greci, con il mito di Narciso, sapevano già tutto. Noi lo riscopriamo leggendo i giornali certi lunedì mattina.

La morale, in fondo, è evangelica: togli prima la trave dal tuo occhio. Poi, se ti avanza energia, puoi occuparti della pagliuzza altrui. Farlo su un giornale argentino sperando nel silenzio è una strategia che, come abbiamo visto, ha un tasso di successo piuttosto deludente.


Ada Rizzo, 01 Maggio 2026, Jesolo 

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