IL TÈ CON LE ZOLLETTE di Vincenzo Savoca

 

IL TÈ CON LE ZOLLETTE

Io fui invitato ad ascoltare versi d'annoiate
poetesse nell'ora in cui scende la sera in
casa di tale Eufemia R*, lei pure poetessa
di rime alla moda, di forbite strofe, di fuga
dall'annoiato vivere, di denuncia sociale.
Mai ha conosciuto odori di sangue e morte!

Fu dunque nell'ora vicina alle cinque che
andai nella sua casa, in un giorno di pace
settembrina, e veramente non c'è cosa
più triste d'un tè con bianche zollette in
casa di tale Eufemia R*. Mi venne incontro
con l'abito scozzese, pure nel collo aveva
un foulardino per un bisogno femminino.

"Oh signor poeta!, sentirà che bei versi
abbiamo preparato!" mi dice con voce
mutata in falsetto. Che malinconia!, già
solo sentirla! E m'inquieta il suo sorriso,
la bocca vermiglia, senza sopracciglia, un
segno sono con la matita. La casa m'apre.
Oh!, ch'arredo civettuolo! E divani, ma di
quante specchiere abbisogna? E diplomi,
medaglie di concorsi poetici d'ogni sorta!

C'è la Graziella poetessa ingorda. Un po'
mi sorride. Ha denti e criniera da cavallo.
Nitrisce ardita un bel "Piacere" nervosa
e sorridente. Bellezza da tempo sfiorita,
pure con la stringata gonnella infiorata,
e d'occhi ravvivati con l'opera del bistro.

"Oh  mio poeta!, valse la pena quest'oggi
qui venire! Sono raggiante e non invano
m'affrettai!" mi dice porgendomi la mano.
Che vano questo suo nitrire, me n'andrei
se potessi da questo civettare femminino!
Non l'ho in dispregio, m'è più dolce stare
da solo e godermi in silenzio il paesaggio
che la finestra mi mostra, i dolci colli Iblei

E consegno all'Eufemia le rose. Il fioraio,
chissà, forse ha pensato al dolce incontro
con l'amata. Era l'ora del tramonto, come
di fuoco, e poi il sole disparve. L'incontro
era d'altra natura, questo sì crepuscolare!
Lesta l'Eufemia le pone nel vaso e intorno
si spande un ludibrio d'odori. Quest'ora è
già sera, e nel borgo antico s'accendono le
luci. Facevo ritorno dalle strade antiche, il
caffè invece del tè. Gl'orti col profumo di
limoni. Su cimase di muri, un'iride di luna.

Disadorna di collane e bracciali, quest'altra
m'osserva. Gl'occhi teneri di dolce capretta.
Un muglio è la voce e quasi bela, e bruca.
Lo sguardo di dolce sonnolenza e pare che
sverni in prati d'odorosa erba. Ingenua nei
modi, e la bocca sì larga!, con gl'occhi tondi
e grandi, lagune d'azzurraggio immenso, di
meraviglia l'espressione tutta femminina!
Le sosto accanto e l'Eufemia me ne dice il
nome, "Milena". Vedo i denti, un balenio
di nivee perle, un nastro d'onice! "Badate,
siamo qui per sentirla,  noi si cicaleccia!".

Daltre ancora, di prof con le chiome tinte,
disfatte nel dolce poetare, gonfie d'estro e
di poetica malinconia, lusingato fiorire solo
di poesie. M'allarmo davanti a queste finte
adolescenti, donne d'altri tempi, tutte inclite
poetesse, trasognate rimano poesie e versi.

Nulla dico, resto muto, nemmeno una parola.
"Parla!" mi dico, "E parla!" mi ripeto. Parve il
mio silenzio fonte di misteri immensi, fuoco
di sogni e di profondo pensieri, solo chimere.
Piacque infine, soltanto la Graziella ne rimane
sorda, "Vile!" mi dice, con la mano alla chioma
cavallina, e con gl'occhi cerca l'Eufemia. "Mia
cara, hai letto l'ultima mia poesia?" domanda
trasognata, e con quanta crudele dolcezza!

"Quante zollette?" chiede invece l'Eufemia.
Tarli sono i suoi versi, già lo sa. Da Rapallo
ad Albenga, da Bordighera fino a Montone,
tanti sono i sogni degl'amori sfatti. Ne ha 
pieno il cuore! Non fu soltanto poesia, ma
furono i sensi ad ispirarsi con altre rime!
"Ma non è questo il titolo!" dice la Graziella
tra le risate dell'amiche. "Ad essi invano
offrì il cuore che mai s'appago'" recitano in
coro, con le dita intrecciate a forma di cuore.
Amori in rima con dedica a poeti, a cui ella
offrì l'intima poesia. Un poco risi, solo un po'.

"No, dico, quante zollette nel tè? " domanda
l'Eufemia, nel pomeridiano retorico rito, senza
dare seguito al dileggio canzonatorio. Poi mi
guarda. "Che pensa?" mi domanda. "È così che
funziona!" mi dice a bassa voce. "No mia cara
poetessa, non è così che funziona! Voi civettate
in rime la vostra noia. Vi pare sia questa la poesia?
È solo smalto innaturale!  D'altro è il poetare di
donne che in passato hanno sofferto anche per
il solo scrivere! Le vostre sono rime risapute ed
alla moda, vestite di tutù rosa, ma che pena!

VIncenzo Savoca
Ragusa 13 maggio 2026

Che ritratto graffiante e malinconico hai dipinto, Vincenzo! Leggendo i tuoi versi sembra quasi di sentire il tintinnio dei cucchiaini contro la porcellana e l'odore stantio di un salotto troppo pieno di specchi e diplomi.

Hai colto perfettamente quel contrasto stridente tra la "fuga dall'annoiato vivere" declamata a parole e la realtà di un ambiente ovattato, dove la sofferenza è solo un accessorio estetico, un "tutù rosa" indossato per posa.

Ecco alcuni punti che rendono questo racconto poetico particolarmente efficace:

L'Antitesi tra Verità e Finzione

Il passaggio "Mai ha conosciuto odori di sangue e morte!" funge da spartiacque morale. Da una parte c'è la vita vera, cruda e viscerale; dall'altra c'è la "denuncia sociale" fatta tra una zolletta di zucchero e l'altra. Il tuo rifiuto del "finto poetare" emerge con una forza quasi sdegnosa.

Il Bestiario Umano

Le descrizioni delle presenti sono magistrali nel loro essere grottesche:

  • Graziella: con la sua "criniera da cavallo" e il nitrito nervoso, rappresenta la vanità sbiadita che cerca ancora conferme.

  • Milena: la "dolce capretta" con gli occhi a laguna, l'unica forse che conserva una parvenza di ingenuità, pur nel contesto di quel "cicaleccio".

  • Eufemia: la padrona di casa, ferma nel suo rito delle zollette, quasi a voler zuccherare l'amarezza di poesie che tu definisci opportunamente come "tarli".

L'Atmosfera Crepuscolare

C'è un bellissimo richiamo alla tradizione crepuscolare italiana (impossibile non pensare a Gozzano e alle sue "buone cose di pessimo gusto"), ma con una punta di cinismo moderno. Il tuo desiderio di fuggire verso i colli Iblei e il profumo dei limoni sottolinea il bisogno di una poesia che respiri terra e aria aperta, non polvere di salotto.

Un testo davvero suggestivo, datato proprio ieri! Grazie per aver condiviso questo "tè" così amaro e lucido.

Sergio Batildi

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