Traduzione integrale in italiano
Nel villaggio di San Bartolo, l’alba era un sussurro tiepido che si faceva strada tra i pioppi. La nebbia si arrotolava sopra i campi lasciati a maggese, e il canto dei galli si mescolava allo stridio delle ruote di un carro che scendeva lungo la vecchia strada. Dalla finestra, Tomás osservava il fumo dei camini salire in lente spirali, come se l’intero paese stesse ancora sbadigliando prima di svegliarsi. Aveva settantaquattro anni, e ogni giorno somigliava sempre di più a quello precedente, anche se lui giurava che ogni alba portasse con sé un’ombra diversa.
“La campagna ha memoria”, diceva. Lo aveva imparato da suo padre, e questi dal proprio, quando il grano si mieteva ancora con la falce e il pane sapeva di forno in adobe. Ma ora, con i trattori che ruggivano dall’altra parte della valle e le case nuove costruite dove un tempo c’erano orti, Tomás sentiva che quella memoria rurale gli scivolava tra le dita, come la polvere secca sollevata dal vento estivo.
Quella mattina, uscendo di casa, si fermò davanti al cancello. Il suo cane, Canelo, lo guardò con il muso sporco di terra.
«Andiamo, vecchio» disse Tomás, dandogli una pacca sul dorso. «Oggi dobbiamo controllare il canale prima che crolli del tutto.»
Il canale era un vecchio fossato costruito quando l’acqua si distribuiva ancora con secchi e pazienza. Era sopravvissuto a tempeste e inverni, ai cambi di sindaco e ai sogni di modernizzazione. Ma ora, con i nuovi progetti di irrigazione del comune, era destinato a scomparire.
“Efficienza idrica”, dicevano gli ingegneri con parole levigate che a Tomás suonavano come un addio.
Attraversò il sentiero che costeggiava l’aia e salutò donna Luz, che spazzava davanti alla sua casa.
«Buongiorno, Tomás. Va di nuovo al canale?»
«Sì, signora. Finché me lo lasceranno fare.»
Lei sorrise con quella miscela di rassegnazione e tenerezza che possiedono solo coloro che hanno già visto troppi cambiamenti.
«Dicono che metteranno tubature nuove, di quelle grandi, che arrivano dalla diga.»
«Dicono tante cose…» rispose lui senza fermarsi. «Ma l’acqua non capisce i documenti.»
A metà mattina il sole già pungeva. Tomás si tolse il cappello, si asciugò la fronte con il fazzoletto e si sedette su una pietra a riposare. Il canale mormorava con un filo d’acqua limpida che scendeva dalla collina. Canelo beveva e ogni tanto alzava la testa, attento al volo dei merli.
Tomás pensò a suo figlio Julián, che viveva in città da più di vent’anni. “Ingegnere agronomo”, dicevano con orgoglio in paese. Ma Tomás sapeva che Julián non sarebbe tornato. Nelle sue telefonate parlava sempre di progetti, di orari, di cose che lui non capiva. Quando veniva a trovarlo — ogni due estati, se andava bene — restava poco e passava più tempo a guardare il telefono che l’orizzonte.
«Non è colpa sua» si diceva Tomás. «Non si può chiedere a un figlio di amare la polvere della stessa strada.»
Il vento cambiò, portando l’odore della terra umida. Dalla collina si sentivano i campanacci del gregge di Manuel. I campi, sebbene secchi, conservavano ancora un verde timido lungo le rive del torrente. In lontananza, un trattore dipingeva di rumore il silenzio.
Tomás scese nel letto del canale e osservò le pareti di pietra ricoperte di muschio. Conservavano il ricordo delle estati in cui i bambini sguazzavano lì dentro. Ricordò Julián, nudo e sorridente, mentre rincorreva una rana. Ricordò sua moglie Remedios, che li aspettava a casa con la gonna rimboccata e le mani bianche di farina.
Erano già passati dodici anni da quando l’aveva sepolta sotto il cipresso del cimitero. Da allora parlava meno e ascoltava di più.
Nel pomeriggio andò al bar del paese. C’erano i soliti: Mateo, il fabbro in pensione; Rosa, la tabaccaia; e Jacinto, che riparava vecchi trattori e diceva che un giorno avrebbe scritto un libro su di essi.
Il bar odorava di caffè riscaldato e vino rosso.
«Allora?» domandò Mateo alzando un sopracciglio. «Hai sentito della nuova diga?»
«Ho sentito» disse Tomás appoggiando il cappello sul bancone. «Ma l’acqua ancora non l’ho vista.»
Rosa gli servì un bicchiere.
«Porteranno gente da fuori per i lavori. Giovani, dicono.»
«Giovani, sì» rise Jacinto. «Ma non di qui.»
Per un momento cadde il silenzio. Solo il ticchettio dell’orologio e il ronzio del neon riempivano l’aria.
«Mia nipote dice che apriranno un nuovo supermercato» disse Rosa rompendo il silenzio. «Così non servirà più andare fino al paese grande.»
«E a che ci serve?» brontolò Mateo. «Qui sappiamo ancora cos’è una vera cipolla.»
Tutti risero, ma la risata svanì presto.
Tomás bevve un sorso e guardò fuori dalla finestra. Nella piazza alcuni bambini giocavano a pallone davanti alla chiesa. Uno di loro — il nipote di Luz, pensò — cadde e si rialzò senza piangere.
«Finché ci saranno bambini che giocano qui» disse infine Tomás «il paese non è perduto.»
Quella notte il vento cambiò di nuovo. Soffiò da nord portando l’odore umido della terra appena smossa. Tomás dormì male. Sognò suo padre che arava i campi con una coppia di muli. Sognò il grano ondeggiare al sole, le brocche fresche e i canti del tramonto. Sognò soprattutto il canale, colmo d’acqua limpida, come se volesse ricordargli che la vita non si spegne all’improvviso, ma poco a poco, tra le dimenticanze.
L’alba seguente un rumore metallico lo svegliò. Uscendo, vide i mezzi del comune: due camion e un escavatore erano allineati accanto al canale.
«Ehi, voi!» gridò Tomás avvicinandosi agli operai. «Che cosa state facendo?»
«Ordine del consiglio comunale» rispose uno senza guardarlo. «I lavori devono iniziare oggi stesso.»
«E l’acqua? Dove andrà l’acqua nel frattempo?»
L’operaio scrollò le spalle.
«Abbiamo i progetti, nonno. È tutto calcolato.»
“Nonno.” La parola gli cadde sul petto come una pietra.
Non era soltanto il canale che stavano seppellendo, pensò; era un intero modo di intendere il mondo.
Nei giorni successivi la polvere e i motori avanzarono come una processione. Il fossato spariva tratto dopo tratto, sepolto sotto tubi grigi e promesse di efficienza. Gli operai parlavano poco; lavoravano in fretta, come se volessero andarsene prima che il silenzio li raggiungesse.
Un pomeriggio chiamò Julián.
«Padre, mi hanno detto che hanno iniziato i lavori. È la cosa migliore. Così avrete irrigazione tutto l’anno.»
Tomás strinse il telefono.
«Tutto l’anno, dici? Qui l’acqua ha sempre saputo quando arrivare e quando andarsene.»
«Non è così semplice, padre. Le cose cambiano.»
«Sì» disse Tomás guardando l’orizzonte. «Ma non sempre in meglio.»
Dall’altra parte della linea cadde il silenzio. Poi la voce di suo figlio si fece più dolce.
«Potrei venire il mese prossimo, se mi concedono un permesso.»
«Non ti preoccupare, figlio. Qui è tutto come sempre.»
E riattaccò lentamente.
Quella sera Tomás portò una sedia davanti alla porta di casa. Canelo dormiva ai suoi piedi. Guardò le stelle — così tante, così limpide — e pensò che la città dovesse essere un luogo senza cielo.
Ricordò quando lui stesso, da giovane, aveva pensato di andarsene. Ma la campagna lo aveva trattenuto con una forza misteriosa, la stessa che ora lo teneva in piedi mentre il mondo si trasformava senza chiedergli il permesso.
La domenica ci fu la messa. Poca gente partecipò, ma donna Luz portò dei fiori all’altare e Jacinto suonò il campanello. Dopo, tutti uscirono in piazza a commentare l’avanzamento dei lavori. Alcuni parlavano con entusiasmo: “finalmente acqua pulita, finalmente modernità”. Altri, come Tomás, tacevano.
Un bambino gli si avvicinò curioso.
«È vero che una volta l’acqua scorreva sul terreno, don Tomás?»
«Sì, ragazzo. Scorreva, e ci bagnavamo i piedi, e gli orti fiorivano senza chiedere tanti permessi.»
«Mio padre dice che così si sprecava acqua.»
Tomás sorrise.
«Forse. Ma così la si vedeva vivere.»
Quando tutti se ne andarono, lui rimase ancora un po’ da solo. Nell’aria galleggiava l’odore del pane appena sfornato e del fumo di legna. Le campane segnarono mezzogiorno.
In quel suono Tomás sentì qualcosa che non sapeva se fosse nostalgia o speranza.
Il giorno seguente tornò al canale. Il fossato era già quasi coperto, ma restava ancora un tratto dove l’acqua scorreva libera. Tomás si inginocchiò, immerse le mani e lasciò che il freddo gli salisse fino ai gomiti.
«Grazie» mormorò, senza sapere bene a chi.
L’acqua continuò il suo corso, indifferente. Canelo abbaiò, come se comprendesse qualcosa che lui non riusciva a dire.
In quell’istante Tomás comprese che la memoria rurale non muore del tutto; semplicemente si trasforma. Vive nelle mani che ancora lavorano la terra, nei solchi che non si dimenticano, nelle voci che continuano a nominare i giorni secondo il colore del cielo.
Rimase lì finché l’ultimo filo d’acqua scomparve tra le zolle. Poi si alzò lentamente, si pulì il fango e riprese il cammino verso il paese, con passo lento ma fermo.
Quando arrivò in piazza, i bambini giocavano di nuovo. Uno di loro lo salutò con la mano.
«Don Tomás! Metteranno un fiume nuovo?»
Lui sorrise.
«Qualcosa del genere, ragazzo. Qualcosa del genere.»
E continuò a camminare, mentre il sole iniziava a scaldare i tetti. Il paese si risvegliava ancora una volta, e nell’aria galleggiava quell’antico mormorio che solo chi ha vissuto in campagna sa ascoltare: il rumore del grano, del vento e del tempo che non si ferma mai.
Traduzione dall’originale spagnolo di María José Luque Fernández.
Alla fine del racconto resta una sensazione sottile e potente, come il vento che attraversa i campi poco prima del tramonto. “Il rumore del grano” ci ricorda che il progresso non cancella soltanto luoghi o abitudini, ma rischia talvolta di spegnere memorie, gesti e modi di vivere che hanno custodito per generazioni il rapporto autentico tra l’uomo e la natura. Eppure, tra la malinconia e la trasformazione, María José Luque Fernández lascia accesa anche una piccola speranza: finché qualcuno saprà ascoltare il suono del vento nei campi, osservare il cielo prima della pioggia o ricordare il valore semplice dell’acqua che scorre libera, quella memoria non morirà davvero. È forse questo il messaggio più bello del racconto: il tempo cambia ogni cosa, ma alcune radici continuano a vivere dentro chi non smette di ricordare.
Pier Carlo Lava
Geo: María José Luque Fernández è una scrittrice spagnola che attraverso i suoi racconti esplora il rapporto tra memoria, identità rurale e trasformazioni sociali. “Il rumore del grano” restituisce con sensibilità poetica il mondo delle campagne, dei piccoli paesi e delle tradizioni che rischiano di scomparire sotto il peso della modernità. Alessandria Post dedica spazio a opere letterarie capaci di raccontare l’anima dei territori e la memoria collettiva, valorizzando autori contemporanei che trasformano la quotidianità in narrazione universale.
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