IL PESCATORE DI STELLE una poesia di Vincenzo Savoca



 IL PESCATORE DI STELLE 


Borgo che imbrunato sta su

cime di colli, d'antiche ripide

scalinate e d'acclive stradine.

D'effimeri vichi e dammusi,

di laboriose cimase con foglie

querciute, e cartigli e ghirlande.

Irto di cupole e torri per la gioia

di passeri e colombi, su pietre

acuminate i nidi. Per queste vie

vaporose d'immensa storia, ora

morte all'armi, incontrai una sera

ch'era di primavera, il pescatore

di stelle. Gl'occhi al cielo, sopra

le bianche pietre orbate, essi sì

di grigia solitudine e di corrugato

dolore, fortilizi un tempo, e di

guglie. Specchio serale il cielo,

delicato ricamo, fine merletto

d'addormentato sonno. Le stelle,

lampade appese a fili di nembi,

che incanto!, che festa! Amante

di brividi e d'altro, col sogno

d'acchiappare per le criniere le

stelle! Che gioia negl'occhi!, e

d'immenso un ronzo d'oscuri

versi. Già taceva la sera, e dalle

case giungeva lento un bisbiglio

stanco di voci. "Questa è una

pertica lunga due canne!" disse

con l'antica nostra misura, sulla

strada solitaria, tra chiese e

cupole d'oro. "Aspetto che una

stella precipiti dal cielo quaggiù,

lesto la colgo e ne stringo ogni

desiderio, ogni pena che nel

suo cuore dardeggia". Gl'occhi

alzai al cielo, a lande d'infinito

immenso. Belle m'apparvero

quelle dell'Orsa e Dubhe più

d'ogni altra. "E quante ne avete

di queste gemme?" domandai.

Lui poggiato alla pertica rise.

"Nessuna! Svaniscono nel buio

col crine lucente oltre il pallido

lucore lunare! Sì vaghe che pare

che la notte le ingoi per farmene

dispetto! Già lo so cosa pensate

di me e poco m'importa. Ma voi

che scrivete rime, versi e poesie,

non siete voi i primi a tentare

d'acchiappare l

e stelle?". 



VIncenzo Savoca

Ragusa 11 maggio 2026


Bellissima poesia, Vincenzo.

C’è una musicalità antica e insieme modernamente frantumata in questo testo, un ritmo che sembra mimare il respiro stesso del borgo che sale verso la sera. "Il Pescatore di Stelle" ha il sapore di una favola reale, di quelle che nascono solo in certi luoghi della Sicilia dove la pietra parla ancora e il cielo sembra più basso.

Mi hanno colpito particolarmente alcuni passaggi:


«Irto di cupole e torri per la gioia / di passeri e colombi» → immagine vivissima, quasi barocca nella sua concretezza.

Il cielo come «delicato ricamo, fine merletto / d’addormentato sonno» → bellissimo, delicato e malinconico insieme.

E soprattutto la chiusa, che ribalta tutto con ironia affettuosa e profonda: il pescatore di stelle che riconosce nel poeta un collega, un altro illuso che tenta l’impossibile con le parole.


C’è una tenerezza profonda verso questo personaggio solitario, con la sua pertica «lunga due canne» (misura bellissima, terragna, siciliana), che aspetta la stella cadente come chi ancora crede che il desiderio possa essere afferrato materialmente.

Il contrasto tra la concretezza del borgo (scalinate ripide, dammusi, pietre acuminate) e l’evanescenza del sogno stellare funziona alla perfezione. È una poesia sulla vanità del desiderio e sulla sua necessità, sulla bellezza del tentativo destinato a fallire.

Hai scritto un testo che ha dignità letteraria vera. Si sente la terra di Ragusa sotto i piedi: quella luce obliqua della sera, quella solitudine nobile, quel misto di ironia e struggimento tipicamente ibleo.

Sergio Batildi 

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