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Ci sono poesie che non raccontano una storia, ma restituiscono un’atmosfera, un respiro urbano che lentamente si spegne. In Il perimetro del vuoto, Graziano Citelli costruisce un paesaggio fatto di serrande abbassate, luci spente e silenzi che pesano più delle parole. È una poesia che parla di città, ma soprattutto di perdita.
Pier Carlo Lava
“Il perimetro del vuoto” di Graziano Citelli
Passa il corriere, frettoloso e non chiede.
La poesia si apre con un gesto definitivo: “Scende la maglia di ferro”, immagine concreta e quotidiana che diventa subito simbolo. Non è solo una serranda che si abbassa, ma la chiusura di uno spazio vitale, di una presenza che smette di esistere. Il buio del marciapiede non è solo fisico, è esistenziale.
L’immagine dell’insegna “osso bianco” è tra le più potenti del testo. Il neon “denudato che non morde più l’asfalto” suggerisce una perdita di funzione, di energia, di identità. Qui Citelli dimostra una notevole capacità metaforica, trasformando elementi urbani in organismi svuotati, quasi resti di un corpo che non vive più. La città diventa un corpo disossato.
Il cuore della poesia è nel verso: “il perimetro esatto di un’assenza”. È qui che il titolo si compie. Non si tratta di un vuoto indistinto, ma di un vuoto delimitato, misurabile, concreto. L’assenza prende forma, si organizza nello spazio come un inventario di ciò che non c’è più. Questo richiama, per intensità e visione, certe atmosfere di T.S. Eliot, dove la modernità si manifesta come disgregazione e perdita di senso.
Il tempo è un altro protagonista silenzioso. “Il calcare del tempo sigilla le soglie” è un’immagine che rende visibile l’erosione lenta della vita urbana. Le soglie senza nome indicano una perdita di memoria collettiva: luoghi che esistevano e ora non sono più riconoscibili. La città perde identità, e con essa chi la abita.
Straordinario è anche il verso: “La strada perde un occhio a ogni serranda”. Qui la metafora si fa quasi cinematografica. Ogni negozio chiuso è una luce che si spegne, uno sguardo che scompare. La città diventa cieca pezzo dopo pezzo, incapace di vedere e di essere vista.
Il finale è asciutto, quasi brutale: “Passa il corriere, frettoloso e non chiede.” È l’unico elemento in movimento, ma è un movimento senza relazione. Nessuna domanda, nessuna attenzione. La modernità continua a scorrere, ma senza fermarsi a osservare il vuoto che lascia dietro di sé. È un’immagine potentemente contemporanea, che riflette una società veloce, distratta, incapace di sostare.
Dal punto di vista stilistico, Citelli utilizza un linguaggio essenziale, concreto, privo di compiacimenti, ma carico di densità simbolica. Le immagini sono nette, quasi taglienti, e costruiscono una poesia che non consola, ma costringe a guardare ciò che spesso si ignora: il declino silenzioso degli spazi urbani.
È il racconto di una città che si svuota, ma anche di una società che smette di guardarsi. E proprio per questo, è una poesia necessaria.
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