Il mito dei "Sexalescenti": perché la notizia che spopola sui social è (in parte) una fake new. Ada Rizzo

 


Da qualche tempo rimbalza sulle bacheche dei social network e su diverse testate online un articolo dal titolo fortemente evocativo: nasce la "Sexalescenza". Il testo descrive una nuova ed entusiasta categoria demografica, quella dei nati negli anni '50 e '60 (oggi tra i 60 e i 70 anni), decisi a cancellare la parola "anziano" dal proprio vocabolario. Uomini e donne iper-tecnologici, liberi, che rifiutano la pensione perché realizzati nel lavoro e che vivono una seconda giovinezza paragonabile, per impatto sociale, all'invenzione dell'adolescenza nel XX secolo.


A dare autorevolezza scientifica a questa teoria sarebbe, secondo i post virali, uno studio a firma del dott. Manuel Posso Zumárraga.

Ma quanto c'è di vero? Sebbene il ritratto di questa generazione contenga elementi innegabili, l'articolo così come viene presentato sui social è, a tutti gli effetti, una catena informativa distorta e datata: insomma, una mezza "fake news". Vediamo perché.


I tre errori della notizia virale

Per capire come nasce questo fenomeno virale, bisogna smontare i tre malintesi principali su cui si regge il testo:


Il dottore non è un medico (e non è uno studio recente): Manuel Posso Zumárraga esiste realmente, ma non è un geriatra, un neurologo o uno psicologo, e non ha pubblicato alcuna ricerca scientifica dell'ultima ora. È un avvocato ed esperto di sicurezza sociale ecuadoriano. Il testo che circola oggi in Italia non è altro che la traduzione di un suo vecchio editoriale d'opinione pubblicato sui giornali sudamericani oltre dieci anni fa (intorno al 2013-2014).


Il termine non è una sua scoperta: L'autore non ha inventato la parola "Sexalescenza". Questo neologismo (nato dall'unione di Sessanta e Adolescenza) circolava già da tempo nel mondo del marketing e della sociologia per identificare la "Silver Generation" o i Baby Boomers rimasti socialmente e fisicamente attivi.

 

La trappola del pensiero ideale contro la realtà: Il testo descrive una realtà idilliaca, quasi fatata. Parla di persone che viaggiano, che rifiutano la pensione per puro piacere personale e che guardano al futuro senza alcuna preoccupazione. Questa narrazione ignora completamente la complessità sociale: non tiene conto di chi svolge lavori usuranti, di chi vive una precarietà economica o di chi, a 65 anni, si trova schiacciato nel ruolo di "welfare umano", dovendo badare contemporaneamente ai nipoti piccoli e a genitori ultra-novantenni.

 

Cosa c'è di vero? La transizione della terza età

Se l'impalcatura della "notizia scientifica" è falsa, la tendenza sociologica di fondo è invece reale. I sessantenni e settantenni di oggi non sono i nonni di cinquant'anni fa.

Grazie ai progressi della medicina, a una migliore alimentazione e a un diverso stile di vita, la qualità e l'aspettativa di vita sono cambiate radicalmente. La generazione dei nati negli anni '50 e '60 è quella che ha vissuto le grandi rivoluzioni culturali e il femminismo; è una generazione digitalizzata, che usa correntemente smartphone, PC e videochiamate, e che giustamente rifiuta lo stereotipo dell'anziano isolato e passivo.


In conclusione: l'errore di negare il tempo

Il pericolo di articoli motivazionali come quello sulla "Sexalescenza" sta nel voler far passare l'invecchiamento come un tabù da eliminare ("non hanno nei propri piani l'idea di invecchiare").

L'invecchiamento è un processo biologico inevitabile. La vera conquista della società moderna non è la negazione del tempo che passa o il giovanilismo a tutti i costi, ma la capacità di invecchiare bene, mantenendo dignità, passioni, salute e un ruolo attivo nella società. L'articolo virale è una piacevole lettura ottimista, ma va preso per quello che è: un manifesto d'opinione di dieci anni fa, non una scoperta scientifica.

 

Ada Rizzo, 26 Maggio 2026, Jesolo

 

Commenti