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Il testo si apre con un’immagine potente e intima: “Il mio scrigno lo conservo”, una dichiarazione di custodia, quasi di protezione del proprio mondo interiore. Da subito emerge una tensione tra il desiderio di donarsi – “Voglio riempire il mondo” – e la consapevolezza che amare espone, rende vulnerabili, lascia segni. È qui che la poesia trova la sua autenticità: nel riconoscere che ogni sentimento vero comporta un prezzo.Uno dei passaggi più intensi è senza dubbio: “Ogni dolore è sacro”. Qui la poetessa eleva la sofferenza a esperienza necessaria, quasi spirituale. Non è qualcosa da evitare, ma da attraversare. Ed è proprio in questo attraversamento che emerge il cuore della poesia: l’amore non basta, servono tenerezza, tempo, pazienza. Tre parole semplici, ma profondissime, che restituiscono all’amore una dimensione concreta, quotidiana, reale.
“Un po’ si muore / ma è il solo modo / per rimanere vivi” è forse il nucleo filosofico del testo. L’amore come perdita e rinascita insieme, come esperienza che ci cambia e ci rende più consapevoli. Qui si può cogliere un’eco esistenziale che richiama autori come Rainer Maria Rilke, che vedeva nell’amore una prova dell’anima, o Anaïs Nin, che ha spesso raccontato la relazione tra desiderio e trasformazione interiore. Il finale è una vera e propria rivelazione: “Ora prendi quel dolore. Amalo. È vita.”. Non c’è fuga, non c’è rifiuto. C’è accettazione. E in questa accettazione, una forma di salvezza. Laura Neri ci invita a non temere il dolore, ma a riconoscerlo come parte integrante dell’esperienza umana, come un passaggio necessario per comprendere davvero cosa significhi vivere.
Questa poesia si inserisce in una tradizione lirica che guarda all’interiorità senza filtri, ricordando per intensità emotiva alcune pagine di Alda Merini, dove amore e sofferenza si intrecciano in modo indissolubile. Ma la voce di Laura Neri resta personale, autentica, capace di parlare al presente con una semplicità che è anche la sua forza. In un tempo in cui tutto corre e si consuma velocemente, “Il mio scrigno lo conservo” ci invita a rallentare, a sentire, a custodire. Perché forse è proprio lì, nel dolore che impariamo ad accogliere, che si nasconde la forma più vera dell’amore.
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