Il medico che resta: la storia di Hussam Abu Safiya di Sergio Batildi

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🏥 Il medico che resta: la storia di Hussam Abu Safiya


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Tra le corsie fragili della Striscia di Gaza, dove la medicina si misura ogni giorno con il limite, c’è chi sceglie di restare, sempre.

Il medico che non può andare via

Ci sono professioni che si scelgono, e poi ci sono professioni che, a un certo punto, scelgono te. Quella di Hussam Abu Safiya è una di queste.

Pediatra, quindi custode della parte più fragile di ogni società, lavora in un contesto dove la parola “emergenza” ha perso il suo significato temporaneo. A Gaza, l’emergenza è la normalità, è il ritmo quotidiano, è la misura del tempo.

Eppure lui resta.

Non per eroismo dichiarato, ma per necessità concreta, quasi silenziosa, come se andarsene non fosse mai stata davvero un’opzione.

Curare quando curare è difficile

In un ospedale di Gaza, nulla è scontato. Non lo sono i farmaci, non lo sono le attrezzature, non lo è nemmeno l’elettricità.

Un pediatra qui non si limita a visitare, deve:

  • improvvisare soluzioni

  • prendere decisioni rapide con risorse limitate

  • affrontare un numero di pazienti che supera ogni standard

E soprattutto, deve farlo sapendo che ogni scelta pesa più del normale.

Perché spesso non si tratta solo di curare, ma di decidere come curare quando non c’è abbastanza per tutti.

I bambini, sempre al centro

La pediatria, in un luogo come Gaza, cambia forma.

Non è solo prevenzione, non è solo crescita, diventa medicina d’urgenza, gestione del trauma, accompagnamento nella paura.

I bambini arrivano con ferite visibili e invisibili, e il medico diventa qualcosa di più:

  • un punto fermo

  • una presenza rassicurante

  • una voce calma dentro il caos

In questo, Abu Safiya rappresenta una figura che va oltre la clinica, è un riferimento umano prima ancora che professionale.


Restare, come scelta quotidiana

La domanda che viene spontanea è semplice: perché restare?

La risposta, invece, non lo è.

Restare significa accettare:

  • turni interminabili

  • condizioni di lavoro estreme

  • un rischio personale costante

Ma significa anche non lasciare un vuoto, non abbandonare chi non può andare altrove.

È una forma di responsabilità che non si racconta facilmente, perché non ha retorica, ha solo continuità.

Oltre la cronaca

Spesso sentiamo parlare di Gaza in numeri, statistiche, aggiornamenti veloci.

Figure come quella di Hussam Abu Safiya riportano tutto a una dimensione diversa, più concreta, più umana.

Ricordano che dietro ogni notizia ci sono persone che lavorano, resistono, scelgono — ogni giorno — di fare il proprio mestiere anche quando il mondo attorno sembra cedere.

E forse è proprio questo il punto.

Non l’eccezionalità del gesto, ma la sua ripetizione.

Ogni giorno, ancora.


Sergio Batildi è autore e osservatore delle narrazioni contemporanee, esplora il confine tra realtà e racconto, tra cronaca e percezione, cercando nei dettagli umani ciò che sfugge alle grandi sintesi.

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