In Cvetaeva l’amore non è mai quiete: è tensione, distanza, attrazione e rifiuto nello stesso respiro. È un territorio in cui si desidera e si fugge contemporaneamente, dove l’anima si espone senza protezioni. La sua poesia ha qualcosa di profondamente “animale”: non conosce compromessi, vive di slanci improvvisi, di contraddizioni brucianti, di fame emotiva assoluta.
Una delle sue liriche più celebri restituisce perfettamente questa dinamica inquieta e magnetica:
Mi piaci per il fatto che non sei malato di me,
mi piaci per il fatto che io non sono malata di te,
per il fatto che mai il pesante globo terrestre
sfuggirà sotto i nostri piedi.
Mi piaci per il fatto che posso essere buffa
senza arrossire e non giocare con le parole,
e non arrossire soffocando, sfiorando appena
le maniche incrociate.
Mi piaci anche perché sotto la luce della sera
non mi nomini, non sospiri d’amore,
e non prometti il paradiso in silenzio.
Per il fatto che non cammini con me nella notte,
che non mi chiami tua,
che non sospiri, stringendomi forte,
di un amore che non sarà mai nostro.
Grazie per questo – con tutto il cuore e la mano –
per il fatto che tu mi ami – senza saperlo!
In questi versi si avverte tutta la grandezza di Cvetaeva: l’amore nasce proprio dove non può compiersi, si nutre dell’assenza, della distanza, della possibilità negata. È una dinamica quasi crudele, ma autentica. Lontana da ogni idealizzazione romantica, la poetessa ci mostra un sentimento che vive proprio nella sua impossibilità, nel suo non essere mai del tutto reale.
La sua scrittura è essenziale, ma ogni parola vibra come una corda tesa. Non c’è nulla di superfluo: tutto è necessario, urgente, vitale. Ed è proprio questa urgenza a renderla così moderna, così attuale. Cvetaeva non scrive per piacere: scrive perché non può farne a meno, perché la poesia è l’unico modo per contenere un’emozione che altrimenti la travolgerebbe.
La sua vita, segnata da esilio, perdita e dolore, attraversa ogni verso. Nata a Mosca nel 1892, visse gli sconvolgimenti della storia russa sulla propria pelle, tra fughe, ritorni e una solitudine sempre più profonda. La sua esistenza è stata una lunga lotta tra il bisogno d’amore e l’impossibilità di trovarne uno stabile, fino al tragico epilogo del 1941.
Leggere oggi Marina Cvetaeva significa entrare in contatto con una poesia che non è mai domestica. È selvaggia, viva, inquieta. Una poesia che non consola, ma risveglia. Che non addolcisce, ma scuote e illumina.
E forse è proprio questo il suo dono più grande: ricordarci che l’amore, quello vero, non è mai semplice. È una forza che ci attraversa, ci cambia, ci mette a nudo. Proprio come un animale libero, che non possiamo controllare… ma solo imparare ad ascoltare.
Geo:
Autore: Pyotr Ivanovich Shumov (1872–1936)
Soggetto: Marina Ivanovna Cvetaeva, ritratto fotografico (Parigi, 1925)
Fonte: Wikimedia Commons / Wikipedia
Licenza: Pubblico dominio (Public Domain Mark 1.0)
Nota licenza:
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