Il diritto di scoprirsi fragili: la lezione di Roberto Vecchioni - di Ada Rizzo

 



Ci sono sere in cui la televisione smette di essere un elettrodomestico rumoroso e torna a farsi specchio, nudo e sincero, della vita. È accaduto sabato sera, seguendo l’intervista di Massimo Gramellini a In altre parole. Davanti alle telecamere, dopo quattro mesi di un silenzio che si era fatto pesante, è tornato Roberto Vecchioni. Ma la risposta alla sua assenza non stava nei retroscena dello spettacolo o nei corridoi della politica editoriale: stava tutta nella verità più profonda della nostra esistenza.

Tra di qua e di là: l'ironia sul confine

Con la lucidità e l'ironia che appartengono solo ai grandissimi, il Professore ci ha spalancato le porte del suo dramma privato. Un brutto spavento, il cuore che si ferma all'improvviso – "mi sono fermato come uno stoccafisso", ha raccontato – mentre guardava la sua Inter perdere a Madrid. Un arresto cardiaco, il coma farmacologico, quel trovarsi sospeso "a metà tra di qua e di là", con il diavolo che tirava da una parte e tre bravissimi cardiochirurghi dall'altra.

Da spettatrice, sono rimasta profondamente colpita dalla serenità con cui Vecchioni ha rievocato quel limbo. Ha raccontato di un sogno pazzesco e bellissimo: una folla di gente felice, meccanici, pagliacci, uomini in giacca e cravatta. Un sogno collettivo e luminoso, prima di riaprire gli occhi e chiedere all'infermiera se fosse la Madonna in Paradiso. È lo sguardo di chi ha sfiorato l'altrove ed è tornato tra noi con un ottimismo persino più acceso, quasi trasparente, privo di ogni paura.

La sorpresa del ritorno e la rivoluzione del pudore

Eppure, la sorpresa più grande è stata visiva. Contrariamente a quanto mi aspettassi dopo un'esperienza così drammatica, Vecchioni non appariva affatto provato o fragile. Al contrario, sembrava incredibilmente rilassato, disteso e persino meno magro del solito, come se quel passaggio nel buio lo avesse paradossalmente rigenerato, restituendocelo in una forma splendida.

Ma il passaggio che più mi ha costretta a fermarmi e a riflettere risiede nella motivazione del suo lungo silenzio precedente. Niente TV, niente interviste, niente libri per mesi. Perché? "Mi vergognavo a farmi vedere come non ero, a non saper parlare e muovermi come sono solito fare", ha confessato.

In un mondo ossessionato dal mito della performance, dove siamo condannati a essere sempre impeccabili, efficienti e "guerrieri" anche nella malattia, un uomo di 82 anni ci ha impartito una lezione immensa sulla dignità del pudore. Ci ha ricordato che abbiamo il sacrosanto diritto di fermarci, di avere paura, di scoprirci indifesi e di proteggere la nostra vulnerabilità dagli sguardi altrui finché non siamo pronti. La fragilità non è una colpa da nascondere, né una debolezza da espiare: è, semplicemente, la nostra parte più autenticamente umana.

Gli occhi non invecchiano

L'altra sera Roberto Vecchioni era di nuovo lì, al centro della scena. Con il suo spirito immutato, continuerà a cantare, a spiegare i miti e a insegnarci la vita con quegli occhi vispi e accesi che la malattia non ha potuto scalfire.

Perché la carne, inevitabilmente, subisce i colpi del tempo; ma gli occhi no. Gli occhi restano l'unica parte di noi che rimane per sempre giovane, custodi di una passione inesauribile. Bentornato, Professore. E grazie per averci ricordato che la bellezza sta anche nel saper accettare le nostre ombre, per poi tornare a splendere più rilassati di prima.

Ada Rizzo, 21 Maggio 2026, Jesolo

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