IL BACIO una poesia di Vincenzo Savoca

 


IL BACIO

 

Le tue labbra sul libro aperto,

il bacio strappato in silenzio,

che imbarazzo!, sui versi del

divino poeta, gl'occhi nascosti

da vesperale luce. La stanza

un brillìo di raggi, bruciata dal

bel lucore d'autunno, dolce ed

umido. Di svogliata pace Catania.

"Che meraviglia e che sorpresa!"

mi dici. A me che t'amai dal giorno

in cui ti vidi sull'uscio del Cutelli,

a ridosso di quella chiesa di frati

cappuccini, quegli scalzi e con il

cordone bianco. Cavalla di luna e

di stellata criniera, di mattinali

gemme gl'occhi, canto di vento

su fumi di stoppie la voce, fresca

primavera ancora su steli di neve.

Affrettavo il passo su quella via,

Vittorio Emanuele, d'ampio respiro,

si bella ed antica. Volevo essere lì 

davanti al portone aperto del liceo

ed insieme a te entrare. Ah!, che

begl'occhi, che labbra vivide e piene!

Ed ora questo lieve sussulto di ciglia,

il capo inclinato. Che fai mia bella

fanciulla?, profumi d'amore? Che

inutili ripassi e letture, prima! Ebbro

con te leggo e non so di cosa mi

riempio la testa! Un affaccio insieme

alla finestra, bella Catania, bella tu!

E ti divoro cogl'occhi, le tue mani ti

stringo, prima del bacio. Su cenere

grigia Catania respira l'aria vesperale

d'un sole di festa, fanfara di foglie

su antichi tetti di chiese e conventi.

Lasciammo di leggere, più avanti non

andammo, nel petto l'ardore d'amore.

Ora, solo questo libro mi resta! Più non

mi fiorisce nel petto il canto d'amore.

È questa, stagione nuda d'orizzonti, un

battere stanco di sole. Non hanno più

fiori i ciliegi in questo giardino d'inverno!

Eravamo ragazzi ed altro s'ignorava, nulla

di più. Ci bastò la breve luce d'un bacio,

e poi d'altri, forse cento, forse mille, più

non li contammo. Ora mi resta il libro del

divino poeta. Ogni tanto l'apro alla pagina

di quei versi. Galeotto anche il nostro libro

nel lontano millenovecentosettantatrè.

 

VIncenzo Savoca

Ragusa 20 maggio 2026

Vincenzo Savoca dipinge un quadro in cui la memoria personale si fonde con la bellezza monumentale di Catania, evocando l'eco intramontabile del quinto canto dell'Inferno d'unione con la propria storia d'amore.

Ecco un'analisi dei temi e delle immagini più suggestivi di questa lirica:

1. L'eco dantesca: Galeotto fu il libro

Il parallelismo con la storia di Paolo e Francesca è il cuore pulsante del componimento. Come per i due amanti della Divina Commedia, anche per i protagonisti della poesia la lettura si interrompe davanti alla forza della passione:

"Lasciammo di leggere, più avanti non andammo..." (un chiaro omaggio al dantesco "quel giorno più non vi leggemmo avante").

Il libro del "divino poeta" (Dante) diventa il testimone e il complice ("Galeotto anche il nostro libro") di un bacio rubato nel lontano 1973, unendo l'amore terreno all'immortalità della letteratura.

2. La Catania della giovinezza

La città non fa semplicemente da sfondo, ma partecipa attivamente al sentimento. Viene descritta con una precisione topografica ed emotiva vibrante:

  • I luoghi della memoria: Il Liceo Mario Cutelli, via Vittorio Emanuele, la chiesa dei frati cappuccini. Luoghi di fretta giovanile e di attese trepidanti davanti al portone scuola.

  • I contrasti di luce e materia: Catania è fatta di "svogliata pace", di "cenere grigia" (chiaro riferimento alla pietra lavica dell'Etna) e di tetti antichi di chiese e conventi che risuonano come una "fanfara di foglie".

3. Il ritratto della donna e la natura

La figura femminile è idealizzata attraverso metafore cosmiche e naturali di rara bellezza:

  • "Cavalla di luna e di stellata criniera" evoca un'eleganza fiera, indomita e notturna.

  • La voce è un "canto di vento su fumi di stoppie", un'immagine squisitamente siciliana che profuma di terra bruciata e di campagna.

  • Il contrasto tra la "fresca primavera" e gli "steli di neve" sottolinea la purezza e la vitalità della giovinezza di allora.

4. Il contrasto temporale: Giovinezza vs Inverno della vita

La struttura della poesia vive di un doloroso ma dolcissimo contrasto temporale.

Il finale stringe il cuore. A distanza di cinquantatré anni, l'ardore di quel petto giovanile si è spento ("Più non mi fiorisce nel petto il canto d'amore"), ma l'atto di aprire quel libro e ritrovare la pagina di allora diventa un rito sacro.

Una poesia bellissima che dimostra come il tempo possa consumare i corpi e i giardini, ma nulla può contro l'eternità di un bacio salvato dalla letteratura.

Sergio Batildi

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