“Fatherland”, Thomas Mann e il peso della patria: Pawlikowski incanta Cannes con un capolavoro in bianco e nero

Thomas Mann e la figlia Erika in una stazione ferroviaria della Germania del dopoguerra in un’immagine cinematografica in bianco e nero ispirata al film Fatherland di Paweł Pawlikowski.

Ci sono film che raccontano una storia e altri che sembrano attraversare direttamente la memoria europea. Fatherland, il nuovo lavoro del regista polacco Paweł Pawlikowski, appartiene a questa seconda categoria: un’opera breve ma intensissima, capace di trasformare il ritorno dello scrittore Thomas Mann nella Germania del dopoguerra in una riflessione profonda sul concetto stesso di patria, identità e colpa collettiva.
Pier Carlo Lava

Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film è stato accolto come uno dei titoli più raffinati e potenti della selezione ufficiale. Girato in un elegantissimo bianco e nero, con la fotografia di Łukasz Żal, storico collaboratore di Pawlikowski, Fatherland riprende l’estetica austera e poetica già vista in Ida e Cold War, ma la porta verso una dimensione ancora più politica e malinconica.

Ambientato nel 1949, il film segue Thomas Mann e la figlia Erika durante un viaggio attraverso una Germania devastata dalla guerra e già divisa dalle tensioni della Guerra Fredda. Mann, simbolo della cultura tedesca in esilio durante il nazismo, torna in una patria che non riconosce più e che allo stesso tempo continua a reclamarlo come figura morale e intellettuale. Ma il regista evita ogni retorica celebrativa: il suo Thomas Mann è stanco, ambiguo, quasi incapace di conciliare il dolore privato con il peso storico del proprio ruolo pubblico.

Accanto a lui emerge la straordinaria interpretazione di Sandra Hüller nei panni di Erika Mann. È lei il vero cuore emotivo del film: figlia, collaboratrice, coscienza critica del padre e figura attraversata dal trauma familiare per la morte del fratello Klaus. La Hüller riesce a rendere tangibile il dolore di un’intera generazione europea sospesa tra macerie morali e desiderio di rinascita.

Pawlikowski costruisce così un’opera densissima, fatta di silenzi, sguardi e paesaggi distrutti. Le città tedesche devastate diventano metafora di un continente che cerca ancora di capire chi sia stato davvero durante gli anni del nazismo e cosa significhi ricominciare dopo una catastrofe morale oltre che materiale. La patria del titolo non è soltanto un luogo geografico, ma una ferita aperta, una domanda senza risposta.

Molti critici internazionali hanno definito Fatherland uno dei momenti più alti di questo Cannes 2026, lodandone la capacità di parlare del passato europeo con un linguaggio estremamente contemporaneo. In un’epoca segnata da nuove divisioni ideologiche, crisi identitarie e ritorni dei nazionalismi, il film sembra ricordare che il rapporto tra individuo e patria resta ancora oggi uno dei nodi più dolorosi della storia europea. 

Geo: Cannes, Costa Azzurra, Francia. Fatherland di Paweł Pawlikowski riporta al centro del dibattito culturale europeo la figura di Thomas Mann e il tema complesso della patria nel Novecento. Alessandria Post continua a seguire il grande cinema internazionale e i festival più importanti, raccontando le opere che intrecciano memoria storica, letteratura e riflessione civile contemporanea.

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