Eurovision 2026: Siamo arrivati alla frutta di Giuseppina De Biase

Siamo davvero alla frutta anzi al conto. Il fondo lo abbiamo toccato, grattato e infine superato. L’Eurovision Song Contest 2026 si chiude a Vienna  lasciando dietro di sé una scia di delusioni che certifica una triste realtà: la musica, in questa competizione, non conta  più nulla. La vittoria della bulgara Dara con "Bangaranga" non è solo un verdetto discutibile, è il risultato di un sistema artistico ormai arrivato alla frutta.
La musica vera, quella fatta di note, accordi e talento,  quest'anno è stata definitivamente ignorata  per fare spazio a  canzoni francamente improponibili.
Abbiamo assistito a una carrellata di brani banali, con basi musicali tutte uguali e melodie che si dimenticano dopo tre secondi.
Abbiamo sentito solo canzoni piatte e senza anima, dove l'unica preoccupazione era fare rumore o puntare su costumi assurdi per nascondere il vuoto totale della musica. Un vero deserto artistico dall'inizio alla fine.
"Bangaranga" la canzone vincitrice è una canzone che  richiede un enorme sforzo di fantasia, siamo  di fronte a un tormentone da spiaggia, un prodotto industriale confezionato a tavolino, testo inesistente e un'estetica visiva pensata per scioccare anziché per emozionare.
Se un tempo l'Eurofestival era il palcoscenico dell'eccellenza europea, oggi non è più una gara canora ma un misto tra ideologie politiche e una sfilata di provocazioni.
Il livello qualitativo di questa edizione è stato desolante. Brani scritti a tavolino da algoritmi, basi ritmiche tutte uguali, urla spacciate per acuti e performance che puntavano tutto sul costume shock per nascondere la totale assenza di melodia.
Abbiamo assistito a canzoni scadenti premiate solo per la provenienza geografica o per il messaggio sociale. I fischi assordanti nell'arena e i boicottaggi incrociati tra i Paesi hanno definitivamente spento la luce sullo spettacolo.
In questo panorama di canzoni fotocopia, l'Italia ha fatto una scelta di totale rottura portando Sal Da Vinci. C'è chi ha gridato allo scandalo e chi ha storto il naso davanti a un genere così tradizionale. Eppure, l’esibizione italiana ha avuto almeno il merito di portare sul palco della vera vocalità e del sano, genuino calore umano. Piaccia o meno, lì in mezzo sembrava una delle poche cose autentiche rimaste.
Sì ... Siamo arrivati  alla frutta. E il retrogusto è decisamente amaro.

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