Estate di Vincenzo Savoca recensione di Francesca Giordano

ESTATE L'origlio a canto secco di cicale, su stoppie gialle e di magra linfa. Fragili zolle, brandelli di terra, e spasima l'aria tremula, lacerati ciuffi d'erba. Da muri sbrecciati losanghe di mare, fragile brezza su cespi accecati d'abbagli di sole. Qualche storto albero, d'ombra magra e secca, intreccio di luce ubriaco di sonno. VIncenzo Savoca 30 maggio 2026 L'Estate di Vincenzo Savoca: Un Meriggio di Luce e Frammenti di Francesca Giordano Ci sono poesie che non si limitano a descrivere una stagione, ma la incidono sulla pelle del lettore. È il caso di "ESTATE", l'ultimo componimento di Vincenzo Savoca datato proprio oggi, 30 maggio 2026. Mentre ci affacciamo ai primi caldi, Savoca ci regala una lirica potente, quasi pittorica, che si inserisce perfettamente nella grande tradizione del "meriggio" italiano, richiamando alla mente le atmosfere ossaliche e aride di montaliana memoria, ma con una sensibilità del tutto personale e contemporanea La prima metà della poesia ci cala in un paesaggio sensoriale acuto, quasi doloroso. L'estate di Savoca non è il cliché del mare cristallino e della spensieratezza; è, al contrario, una stagione di sottrazione e di sfinitezza. • L'origlio a canto secco di cicale: Un inizio splendido. Quel verbo, origliare, suggerisce un ascolto quasi furtivo, spiato, immerso nel rumore assordante e monotono delle cicale. • La materia esausta: Le "stoppie gialle", la "magra linfa", le "fragili zolle". La terra è ridotta a "brandelli", e l'aria stessa "spasima tremula", sfigurata dal calore che altera la percezione visiva. Savoca usa parole taglienti, asciutte, prive di fronzoli, specchio esatto della natura che descrive. Nella seconda parte, lo sguardo del poeta si sposta, cercando un varco, una fuga visiva che si fa geometria emotiva: Da muri sbrecciati losanghe di mare, fragile brezza... Questo passaggio è pura magia visiva. Il mare non si offre intero, ma a pezzi, incorniciato da "muri sbrecciati". Le losanghe di mare diventano diamanti di azzurro che tagliano l'accecante biancore del sole. C'è un contrasto continuo tra la fragilità (delle zolle, della brezza) e la forza d'urto della luce ("cespi accecati / d'abbagli di sole"). La chiusa è un capolavoro di atmosfera. Quel "qualche storto albero" con la sua "ombra magra e secca" diventa il simbolo di una resistenza silenziosa. L'immagine finale dell'"intreccio di luce / ubriaco di sonno" sintetizza perfettamente quel senso di torpore, di stordimento e di estasi che solo i pomeriggi estivi più infuocati sanno generare. Vincenzo Savoca firma una poesia densa, dove ogni sostantivo pesa come una pietra calda e ogni aggettivo graffia. "ESTATE" è un invito a fermarsi, a sentire il peso della luce e la bellezza ruvida delle cose fragili. Una lettura che vi lascerà addosso il profumo del sale, la secchezza dell'erba e quel dolce, inevitabile stordimento estivo.

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