Editoriale giugno 26 - Il ritorno dei fantasmi. Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame

 





Il ritorno dei fantasmi

Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando

per le moschee scolastiche e le toghe sotto

esame: il progresso inciampa, torna indietro e

scopre che il mondo è ancora nelle mani

dell’uomo. Purtroppo.

Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi

raid e i morti si accumulano ormai con la stessa

freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa,

qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento

di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.

La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso

obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno

abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità,

buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale

somiglia a un condominio amministrato da Nerone

durante un blackout.

Eppure il fenomeno è interessante.

Molte cose che il Novecento aveva archiviato come

“anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case

chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di

distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto

che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità

intellettuale.

Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più

modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza.

Perché il problema non è mai stato abolire certe

strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di

migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal

liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da

aperitivo universitario, semplicemente non ha

funzionato.

L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti


condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da

laboratorio.

Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile

capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano

semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.

Che esistano diversi stadi di pericolosità è

scientificamente provato. Che alcune sfere del potere

siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato

dall’agenda quotidiana.

E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per

sopravvivenza.

Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie

della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa

Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica Humanitas mette

in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le

nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare”

l’Intelligenza Artificiale.

Non perché la macchina sia malvagia, ma perché

l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da

consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso.

Ed è qui il punto centrale.

L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché

molti hanno smesso di farlo.

Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso

e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la

televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il

mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale

potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la

vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle

mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone

con accesso ai codici nucleari.

Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la

macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a

sé stesso.


Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre

più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha

Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel

momento sbagliato.

La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del

paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite.

E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca

interna riesce persino a superare la fantasia.

Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei

magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria;

il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto

istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp

compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno

pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in

una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore

oserebbe proporre sobriamente.

Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che,

direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli

elettorali ai propri connazionali a favore di un certo

partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci

sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci

sono le scuole che organizzano visite in moschea in

nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli

studenti è musulmano.

Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.

Ma spacciare ogni trasformazione sociale come

inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è

pericoloso quando chi governa non distingue più

integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa,

tolleranza da paura di dire “no”.

In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta

almeno una consolazione: lo sport.

Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il

trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani


che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza

chiedere scusa.

E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie

consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità

feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali

compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un

mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità

fluide e tribunali permanenti della morale.

Kimi corre. E basta.

Forse è per questo che ci piace.

Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il

cronometro resta più onesto della politica e meno

bugiardo dei social.

E allora sì, fermiamoci un istante.

Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte

della musica.

Il problema è che l’umanità continua a suonare

strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.

Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la

finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione

istantanea. Abbiamo tutto.

Tranne la saggezza proporzionata alla forza che

possediamo.

E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai

installarla automaticamente.

Giuseppe Arnò


Commenti