DISPOTICO AMORE di Rosa Cozzi.


DISPOTICO AMORE di Rosa Cozzi. 


Ho uomo di potere illusorio che albergavi nel mio immaginario non ero presente nella tua mente mentre sottomessa e premurosa mi beavo della tua immagine. Crogiolandomi in sospiri lenti immaginavo già di essere amanti con lo sguardo restavo prona perdutamente ti adoravo mi riempivo gli occhi e aspettavo. Il tuo gesto mi rapiva mentre estatica già ti amavo vedevo il nero che era in te che in tenebre si espandeva virile bestia non ancora liberata. Intanto tutto di te io veneravo statica accettavo che mi concedessi il tuo regale gesto in elemosina quelle tue carezze che pagavo molto di più di ciò che valevano. Mentre scrutavi e scandagliavi ironicamente sorridevi e calpestavi il mio agire, ogni sguardo, ogni carezza e l'amore che ti offrivo in dono lo pesavi per metallo scadente mentre valeva oro. Avrei lenito le tue piaghe accarezzando il tuo corpo e la tua pelle con le mie mani ti avrei donato il mio respiro affinché tu vivessi eternamente amando mie vivere anch'io ubriacandomi di te. . .di Rosa Cozzi da " DIVAGAZIONI "DL. 1941/633 Recensione di Francesca Giordano In questa lirica tratta da Divagazioni, Rosa Cozzi dipinge un ritratto crudo e magnetico di quella che oggi definiremmo una dipendenza affettiva. La forza del componimento risiede nel contrasto stridente tra la sacralità del sentimento offerto dalla protagonista e la natura "metallica" e calcolatrice dell'uomo amato. Il titolo stesso, "Dispotico Amore", chiarisce immediatamente la gerarchia della relazione. Non c’è reciprocità, ma un dominio. L’uso di termini come "veneravo", "regale gesto" ed "elemosina" trasforma il rapporto in un rituale quasi religioso, dove la donna assume il ruolo della fedele sottomessa e l’uomo quello di una divinità capricciosa e crudele. L’autrice descrive con precisione il meccanismo della proiezione: l'uomo che lei ama non esiste nella realtà, ma alberghi nel suo "immaginario". C’è una consapevolezza retrospettiva amara nel riconoscere che quel "nero" e quella "virile bestia" erano già presenti, ma occultati dall'estasi del desiderio. Particolarmente incisiva è la metafora economica dell'ultima parte: l'amore puro, paragonato all'oro, viene pesato dal partner come metallo scadente. È il momento in cui la tragedia interiore si compie: la svalutazione del dono di sé. Il linguaggio è drammatico. Il ritmo incalzante delle strofe riflette l'ossessione crescente, portando il lettore a percepire soffocamento e, allo stesso tempo, la bellezza tragica di una dedizione assoluta.

Commenti