Bucarest Inquieta (di Marco Palombi)

  

 






 

Non perché sia appena uscito il mio trattato geopolitico sulla Cina che lo sguardo debba essere sempre rivolto così ad Oriente (piccolo spazio pubblicitario 😀).

 

A volte, infatti, per comprendere davvero dove stia andando il mondo, conviene osservare non Pechino, ma Bucarest.

 

Ed è esattamente questo che rende particolarmente interessante il report “The Iceberg Thesis – Sovereign Risk after Bolojan”, pubblicato da GANES Strategic Solutions nel maggio 2026. Perché, dietro una crisi apparentemente periferica della politica romena, si intravede qualcosa di molto più grande: la difficoltà crescente delle democrazie europee di mantenere coesione politica, disciplina fiscale e stabilità sociale nello stesso momento storico.

 

La caduta del governo Bolojan non rappresenta infatti la conclusione di una crisi politica. Ne rappresenta l’inizio reale. Il documento lo afferma con grande chiarezza: il problema non è più la semplice formazione di una maggioranza parlamentare, ma la capacità stessa del sistema romeno di produrre una formula di governo sufficientemente coerente da mantenere credibile il Paese durante il ciclo 2027–2028.

 

Ed è qui che la questione smette di essere solamente politica e diventa strategica.

 

Per anni la Romania ha vissuto dentro una contraddizione che i mercati hanno tollerato grazie alla crescita economica, ai fondi europei e alla relativa stabilità geopolitica garantita dalla NATO. Da una parte vi era un sistema pro-occidentale formalmente compatto; dall’altra una crescente accumulazione di malcontento sociale, percezione di corruzione, stagnazione del potere d’acquisto e sfiducia verso le élite tradizionali.

 

Quel malcontento non è mai stato realmente riassorbito. È stato confinato, silenziato, allontanato dai media. 

 

Il report coglie bene questo passaggio quando descrive come il "cordone sanitario" costruito attorno ad AUR abbia finito, paradossalmente, per rafforzarne il ruolo come contenitore unico della protesta sociale.

 

Ora quel contenitore sta cercando di entrare nel sistema.

 

Nel frattempo, i partiti tradizionali stanno mutando identità. Il PNL e parte dell’USR si stanno ricollocando verso un centrodestra più duro, centrato su legalità, anticorruzione e ordine istituzionale. Il PSD, invece, dopo aver sostenuto il costo politico della governance senza raccoglierne il dividendo elettorale, sta assumendo toni più protezionisti e parzialmente sovranisti nel tentativo di recuperare elettorato perso verso AUR.

 

Da un punto di vista democratico, questo chiarimento ideologico potrebbe persino apparire fisiologico. Ma il problema è il momento storico in cui avviene.

 

La Romania entra infatti in questa fase con margini di errore estremamente ridotti.

 

Il deficit pubblico ha raggiunto circa l’8% del PIL nel 2025. Il deficit combinato supera il 13% del PIL. Il debito pubblico, attorno al 54% del PIL a fine 2024, potrebbe superare la soglia Maastricht del 60% già entro il 2026. I bisogni lordi di finanziamento per il prossimo anno sono stimati attorno al 13,5% del PIL.

 

Sono numeri che, nell’Europa centro-orientale, iniziano a collocare un Paese dentro una categoria di vulnerabilità strutturale.

 

La scelta del Tesoro romeno di ridurre l’emissione di eurobond da circa 17 miliardi di euro nel 2025 a circa 10 miliardi nel 2026 viene descritta come prudenza tecnica. In realtà è anche un segnale politico implicito: Bucarest sa che il mercato sta iniziando a prezzare un rischio crescente.

 

Ed è qui che emerge la parte più interessante del report: la cosiddetta “Iceberg Thesis”.

 

La parte visibile dell’iceberg è la crisi parlamentare. La parte sommersa è invece la trasformazione strutturale del sistema politico romeno.

 

Il rischio, secondo gli autori, non è tanto quello di un collasso improvviso quanto di una lenta “Bulgarizzazione”: governi fragili, coalizioni brevi, crescente erosione istituzionale, difficoltà nell’assorbimento dei fondi europei, aumento graduale del premio per il rischio sovrano.

È una dinamica estremamente europea.

 

Non il crollo argentino. Non l’implosione turca. Piuttosto una lenta perdita di capacità strategica dello Stato.

 

Ed è forse proprio questo il passaggio più importante dell’intero documento: il rischio maggiore non sarebbe neppure il downgrade in sé, ma il deterioramento della capacità amministrativa necessaria per utilizzare efficacemente i fondi europei.

 

Nel 2026 la Romania basa infatti la propria architettura finanziaria su oltre 15 miliardi di euro di inflows europei. Questo significa che il rischio politico diventa immediatamente rischio fiscale, finanziario e amministrativo.

 

Il documento individua quattro scenari principali. Solo il primo — una coalizione pro-occidentale relativamente stabile — permetterebbe una normalizzazione dei rendimenti sovrani e il mantenimento pieno dell’investment grade. Gli scenari peggiori prevedono invece downgrade, allargamento degli spread e progressiva erosione della fiducia internazionale.

 

Ma il vero nodo strategico viene identificato nella figura del Presidente Nicușor Dan.

 

Secondo il report, il problema centrale non sarà tanto il prossimo Primo Ministro quanto la capacità del Presidente di costruire una nuova cornice nazionale attorno alla quale riorganizzare il centro politico pro-occidentale.

 

In altre parole, la Romania non ha soltanto bisogno di un governo. Ha bisogno di una narrazione politica capace di tenere insieme austerità, consenso sociale, credibilità occidentale e stabilità democratica.

Ed è qui che la questione romena smette definitivamente di essere solo romena.

 

Perché la vera domanda non riguarda Bucarest, riguarda l’Europa intera.

 

Riguarda la capacità delle democrazie europee di sopravvivere contemporaneamente a consolidamento fiscale, polarizzazione politica, pressione geopolitica e crescente sfiducia verso le élite tradizionali.

 

Riguarda, soprattutto, la depoliticizzazione durata fin troppo a lungo delle istanze sociali, prodotta dalla delega quasi in bianco concessa all’Unione Europea sulle grandi questioni economiche e finanziarie di Paesi che, però, continuano a fondare la propria legittimità sulla democrazia nazionale.

 

Perché una democrazia può sopportare sacrifici, austerità e disciplina di bilancio solo se quei sacrifici restano politicamente intelligibili, discutibili e imputabili. Quando invece la scelta economica viene trasferita altrove, trasformata in vincolo tecnico e sottratta alla contesa democratica, il conflitto non scompare. Cambia forma. Si accumula fuori dal sistema, fino a rientrarvi come protesta, populismo o rifiuto delle élite.

 

La Romania rappresenta semplicemente un laboratorio più avanzato di una dinamica che potrebbe progressivamente emergere altrove.

 

E forse è proprio questa la vera tesi dell’iceberg: il problema visibile è la crisi di governo. Quello invisibile è la crescente difficoltà dell’Europa di produrre coesione politica in una fase storica di compressione economica e ridefinizione geopolitica.

 

 

 

PS il mio entusiasmante trattato di geopolitica sulla Cina (primo e secondo tomo) lo trovate su amazon https://amzn.eu/d/0iKFCJfB e https://amzn.eu/d/01ngCiOI 

 

 

Bibliografia

  • European Commission (2026) European Economic Forecast – Spring 2026.
  • Fitch Ratings (2026) Romania Sovereign Rating Review. February 2026.
  • GANES Strategic Solutions (2026) The Iceberg Thesis: Sovereign Risk after Bolojan. Political Risk Brief, May 2026.
  • IMF (2026) Romania Article IV Consultation. International Monetary Fund, Washington D.C.
  • Moody’s Investors Service (2026) Romania Credit Outlook Update. 2026.
  • S&P Global Ratings (2026) Romania Sovereign Risk Assessment. 2026.

 

 

Commenti