Articolo 35 e realtà italiana: lavoro tutelato sulla carta, ma milioni restano esclusi o sottopagati
Una promessa scritta nella Costituzione che ancora oggi divide il Paese tra diritti proclamati e realtà vissuta. Il lavoro, pilastro della Repubblica, continua a rappresentare una linea di frattura tra chi è dentro e chi resta ai margini.
Pier Carlo Lava
L’analisi: L’Articolo 35 della Costituzione italiana afferma con chiarezza che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme, promuove la formazione e garantisce diritti anche oltre i confini nazionali. Tuttavia, osservando i dati più recenti di ISTAT e Eurostat, emerge un quadro più complesso: la disoccupazione ufficiale è relativamente contenuta, ma il sistema del lavoro italiano presenta fragilità profonde e strutturali. A marzo 2026 il tasso di disoccupazione si attesta intorno al 5,2%, un valore persino leggermente migliore della media europea. Ma questo dato, da solo, rischia di essere fuorviante.
Il vero nodo: Il problema centrale non è solo quanti sono i disoccupati, ma quanti lavorano davvero. In Italia il tasso di occupazione si ferma attorno al 62,5%, contro una media europea che sfiora il 71%. Uno scarto enorme, che si traduce in milioni di persone che, pur potendo lavorare, restano fuori dal mercato. Ancora più significativo è il dato sugli inattivi: oltre un terzo della popolazione in età lavorativa non lavora e non cerca lavoro, un fenomeno che indebolisce l’intero sistema economico e sociale. È qui che la distanza tra principi costituzionali e realtà diventa evidente.
Lavoro povero e salari bassi: Accanto alla quantità, pesa anche la qualità del lavoro. In Italia circa il 10–12% dei lavoratori è considerato “working poor”, cioè lavora ma non guadagna abbastanza per vivere dignitosamente. La media europea è più bassa, attorno all’8–9%. Questo significa che anche chi ha un impiego non sempre vede riconosciuto quel diritto alla dignità economica implicito nella Costituzione. Contratti precari, part-time involontari e salari stagnanti contribuiscono a creare una fascia crescente di lavoratori vulnerabili.
Giovani e futuro: Il divario si amplia ulteriormente guardando ai più giovani. La disoccupazione giovanile resta sopra il 18%, uno dei livelli più alti in Europa. Un dato che pesa non solo sul presente, ma sul futuro del Paese, perché limita la crescita, rallenta l’innovazione e alimenta l’emigrazione, fenomeno che lo stesso Articolo 35 riconosce e tutela.
Conclusione: L’Italia non è il Paese con più disoccupati, ma è uno di quelli dove meno persone lavorano e dove molti lavorano senza guadagnare abbastanza. È in questo squilibrio che si misura la vera distanza tra il dettato costituzionale e la realtà quotidiana. Il lavoro è tutelato sulla carta, ma nella pratica resta una sfida aperta, che richiede politiche più incisive su occupazione, salari e inclusione.
Geo: Italia. I dati analizzati provengono da fonti ufficiali come ISTAT e Eurostat e fotografano una realtà nazionale che riguarda milioni di cittadini. L’Italia continua a mostrare un forte divario rispetto agli altri Paesi europei, soprattutto sul fronte dell’occupazione e della qualità del lavoro, elementi centrali per la crescita economica e la coesione sociale.
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