9 Maggio 1978: L'Italia ferita tra il sacrificio di Aldo Moro e il grido di Peppino Impastato - di Ada Rizzo



Il 9 maggio 1978 l’Italia si risvegliò nel cuore di un paradosso crudele, divisa tra il silenzio attonito delle istituzioni e il grido soffocato della strada. In quelle ventiquattr'ore, il destino della Repubblica si spezzò in due luoghi distanti, unendo nel sangue due uomini che, pur da mondi opposti, stavano provando a cambiare il volto del Paese.


Roma e Cinisi: Il Palazzo e la Piazza

A Roma, in via Caetani, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro. Era la fine tragica di un uomo del "Palazzo", lo statista del dialogo che cercava di traghettare la democrazia verso nuovi equilibri. La sua morte rappresentò l’attacco al cuore dello Stato, un lutto solenne che paralizzò l'intera nazione sotto i riflettori delle cronache mondiali.

Contemporaneamente, a Cinisi, veniva martoriato il corpo di Peppino Impastato. Lui era l’uomo della "Piazza", il giovane che usava l'ironia di Radio Aut per sbeffeggiare i potenti locali. Se la morte di Moro fu un evento pubblico e fragoroso, quella di Peppino fu inizialmente un’ombra silenziosa, quasi oscurata dal gigante mediatico del caso Moro e sporcata dal tentativo della mafia di far passare l'omicidio per un fallito attentato terroristico.


Due martiri, una sola ferita

La dualità di quel giorno risiede proprio in questo: lo Stato colpito al vertice (Moro) e la società civile colpita alla base (Impastato). Due battaglie diverse — una politica e diplomatica, l’altra culturale e di rottura — che trovarono lo stesso epilogo violento. Fu la forza di Felicia Bartolotta Impastato a impedire che il sacrificio di Peppino venisse dimenticato, rifiutando la versione ufficiale e trasformando il proprio dolore in un atto di ribellione permanente contro i "lupi senza pietà".

Ricordare il 9 maggio significa onorare entrambi questi destini: la compostezza dello statista e il coraggio del giovane attivista, due facce della stessa Italia che non si è arresa all'oscurità.

 


 

Il Testo di Felicia Bartolotta Impastato

Questo non è mio figlio.

Queste non sono le sue mani

questo non è il suo volto.

Questi brandelli di carne

non li ho fatti io. 

Mio figlio era la voce

che gridava nella piazza

era il rasoio affilato

delle sue parole

era la rabbia

era l'amore

che voleva nascere

che voleva crescere. 

Questo era mio figlio

quand'era vivo,

quando lottava contro tutti:

uomini di panza

che non valgono neppure un soldo

padri senza figli

lupi senza pietà. 

Parlo con lui vivo

non so parlare

con i morti.

L'aspetto giorno e notte,

ora si apre la porta

entra, mi abbraccia,

lo chiamo, è nella sua stanza

a studiare, ora esce,

ora torna, il viso

buio come la notte,

ma se ride è il sole

che spunta per la prima volta,

il sole bambino. 

Questo non è mio figlio.

Questa bara piena

di brandelli di carne

non è di Peppino. 

Qui dentro ci sono

tutti i figli

non nati

di un'altra Sicilia.

 

 

Ada Rizzo, 10 Maggio 2026, Jesolo

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