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Un’antica eredità del commercio indo-romano: il grande labirinto di Boramani
In una distesa di pascoli protetti nel distretto di Solapur, Maharashtra, è emerso uno dei ritrovamenti archeologici più affascinanti degli ultimi anni: il più grande labirinto circolare di pietra mai scoperto in India. Una struttura imponente di circa 15 anelli concentrici, del diametro di oltre 15 metri, che risale a circa duemila anni fa.
Il contesto storico del ritrovamento è importante quanto la struttura stessa. Secondo gli esperti, il labirinto risalirebbe a un periodo compreso tra il I e il III secolo d.C., durante il pieno sviluppo della dinastia Satavahana, una delle più potenti e longeve dell’India meridionale. Quel periodo coincise con il momento di massima intensità dei rapporti commerciali tra l’India e l’Impero Romano.
In quell’epoca la città di Ter (nell’attuale distretto di Dharashiv, non lontano da Solapur) rappresentava un importante snodo commerciale. Da qui partivano verso i porti del Mediterraneo spezie, seta, indaco e cotone pregiato; in cambio arrivavano oro romano, gemme, vino e raffinate ceramiche. Il labirinto di Boramani potrebbe aver svolto una funzione molto concreta: fungere da punto di riferimento visibile per le carovane di mercanti che dalla costa occidentale si addentravano verso l’interno del subcontinente. Una sorta di “GPS antico”, come ha suggerito l’archeologo Sachin Patil del Deccan College di Pune, che per primo ha studiato e reso noto il ritrovamento.
Un’antica via ancora viva
Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni sono stati documentati altri labirinti simili, anche se di dimensioni più ridotte, nei distretti di Sangli, Satara e Kolhapur, tutti situati lungo lo stesso corridoio commerciale. Già nel 1945, a Bramhapuri (non lontano dall’area del nuovo ritrovamento), vennero alla luce una statua del dio greco-romano Poseidone e uno specchio in bronzo lucidato, ulteriori prove del passaggio e dell’influenza mediterranea in questa regione.
Il labirinto di Boramani si distingue per le sue dimensioni e per il numero di circuiti (15), che lo rendono il più grande esemplare circolare finora noto in India. La sua costruzione con pietre locali e la presenza di uno strato di terra accumulata tra gli anelli dimostrano che è rimasto praticamente intatto per secoli.
Sfida tra memoria e conservazione
Fortunatamente, il monumento sorge all’interno di una zona protetta di pascoli, habitat della grande otarda indiana (Great Indian Bustard), di volpi, lupi e numerose specie di uccelli migratori. Questa circostanza ha favorito la sua conservazione naturale, ma pone ora gli archeologi di fronte a una sfida delicata: studiare e valorizzare il sito senza alterare l’equilibrio di un ecosistema fragile.
Tutti i dettagli scientifici della scoperta saranno pubblicati nel corso del 2026 sulle pagine di Caerdroia, la prestigiosa rivista britannica specializzata nello studio dei labirinti storici in tutto il mondo.
Un simbolo che unisce culture
Questo straordinario labirinto non è solo una testimonianza di ingegneria antica. È la prova tangibile di quanto il mondo fosse già interconnesso duemila anni fa. Rappresenta un ponte tra la cultura mediterranea (il cui simbolo del labirinto è ben noto fin dal mito di Creta) e le tradizioni indiane, dove strutture simili vengono talvolta associate al concetto di chakravyuh – la formazione circolare di battaglia descritta nel Mahabharata – o a pratiche meditative e simboli di fertilità.
In un’epoca in cui parliamo tanto di globalizzazione, scoprire che già sotto i Satavahana esistesse una “via della seta occidentale” percorsa da mercanti romani e indiani ci ricorda quanto antichi siano i legami tra Oriente e Occidente.
Il labirinto di Boramani non è solo pietre disposte in cerchi. È una mappa di pietra della storia condivisa dell’umanità.
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