Terane Turan Rehimli : " LA SEMANTICA ONTOLOGICA DELLO SPAZIO NEL CONTESTO DEL CRONOTOPO E DELLA MEMORIA SOCIALE INROMANZO DI SEYRAN SAKHAVAT “CASE DI PIETRA”, pubblicazione di Elisa Mascia -Italia
LA SEMANTICA ONTOLOGICA DELLO SPAZIO NEL CONTESTO DEL CRONOTOPO E DELLA MEMORIA SOCIALE IN ROMANZO DI SEYRAN SAKHAVAT “CASE DI PIETRA” , prof.ssa Terane Turan Rehimli
Foto cortesia prof.ssa Terane Turan Rehimli e prof. Seyran Sakhavat
LA SEMANTICA ONTOLOGICA DELLO SPAZIO NEL CONTESTO DEL CRONOTOPO E DELLA MEMORIA SOCIALE IN
ROMANZO DI SEYRAN SAKHAVAT “CASE DI PIETRA”
Nella letteratura azera, il concetto di spazio non si è mai limitato a un mero sistema di coordinate fisiche in cui si svolgono gli eventi; ha piuttosto funzionato come una struttura ontologica e semantica che partecipa alla formazione del destino umano, delle relazioni sociali e della coscienza collettiva. Soprattutto nelle opere in prosa scritte tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, lo spazio cessa di essere uno sfondo passivo e viene invece presentato come un sistema dinamico e multistrato che incorpora dimensioni ideologiche, psicologiche e filosofiche. In questo senso, le qualità cronotopiche dello spazio —cioè la realtà artistica formata attraverso l’interrelazione tra tempo e spazio— diventano uno dei principali portatori del carico semantico dell’opera.
In questo contesto, il romanzo di Seyran Sakhavat “Case di pietra” si distingue come un esempio significativo che riflette sistematicamente la funzione filosofica ed estetica dello spazio nella prosa azera. Nel romanzo lo spazio non è solo un elemento descrittivo, ma appare anche come portatore di memoria sociale, un campo simbolico in cui si codificano traumi collettivi ed esperienze storiche. In “Stone Houses”, l’immagine dello spazio —in particolare attraverso le costruzioni in pietra— crea una duplice struttura semantica che incarna simultaneamente i concetti di continuità e memoria, nonché rigidità e immutabilità.
Seyran Sakhavat è nato il 23 marzo 1946 nel villaggio di Yaghlivand, nel distretto di Fuzuli. L’infanzia e l’adolescenza dello scrittore si sono svolte in un ambiente rurale, che ha gettato le basi per una rappresentazione profonda e stratificata del rapporto tra esseri umani e spazio nella sua visione artistica del mondo. Le realtà socio-culturali della vita nei villaggi azeri, le relazioni quotidiane e le forme di memoria collettiva emergono come motivi principali nel suo творчество. Dopo aver completato gli studi secondari, il suo lavoro come vicedirettore presso la scuola Khurshidbanu Natavan nella città di Fuzuli gli ha permesso di interagire più da vicino con l’ambiente sociale e di sviluppare ulteriormente la sua capacità di osservare e analizzare le relazioni umane.
Negli anni 1964–1970 studiò presso la Facoltà di Studi Orientali dell’Università Statale di Baku, specializzandosi come traduttore della lingua persiana. Le ampie conoscenze culturali e linguistiche acquisite durante gli anni universitari, unite al suo impegno con la letteratura classica e moderna, contribuirono all’arricchimento del pensiero artistico di Sakhavat e gli consentirono di esplorare nei suoi romanzi sia la dimensione storica che quella filosofica dello spazio. Il suo servizio nell’esercito sovietico tra il 1970 e il 1972, dove lavorò come traduttore di lingua persiana presso il Ministero della Difesa dell’URSS, gli offrì non solo l’opportunità di affinare le sue competenze linguistiche, ma anche di osservare diversi ambienti sociali e ideologici.
Negli anni successivi, Seyran Sakhavat svolse una vasta attività letteraria all’interno degli organi di stampa dell’Unione degli scrittori’ dell’Azerbaigian —in particolare in pubblicazioni come “Letteratura e arte” e “Ulduz.” Questa esperienza ha arricchito il suo background nella scrittura pubblicistica e, allo stesso tempo, ha influenzato la profondità sociale e psicologica dei suoi romanzi, nonché il realismo degli eventi nel quadro dello spazio e del tempo (biografia di Sakhavat, 2025).
Tutta questa esperienza di vita e questo background intellettuale hanno permesso di presentare lo spazio nel romanzo “Case di pietra” non solo come una coordinata fisica in cui si verificano gli eventi, ma anche come un campo ontologico che riflette il destino umano e la memoria collettiva. Oltre a rivelare la funzione filosofica ed estetica dello spazio, il romanzo crea le basi per un’analisi sistematica del dialogo tra cronotopo e memoria sociale nella prosa azera.
Nel romanzo di Seyran Sakhavat “Case di pietra”, lo spazio non è percepito semplicemente come un ambiente fisico in cui si svolgono gli eventi; piuttosto, è presentato come un vettore di tempo, memoria collettiva e destino umano. All’inizio dell’opera, la rappresentazione del quartiere può apparire al lettore come un semplice panorama della vita quotidiana. Tuttavia, un’analisi più approfondita rivela che questo spazio non è solo una coordinata geografica o uno sfondo urbano ordinario, ma anche una forma materializzata e artisticamente concretizzata di memoria collettiva e relazioni sociali. Il quartiere funziona quindi come un’unità strutturale in cui convergono esperienze storiche, psicologiche e sociali.
L’autore presenta questo aspetto al lettore come segue: “Edifici a più piani circondavano le case in pietra come un anello” (Sakhavat, 2021, p. 6). Questa descrizione non riflette solo la trasformazione urbana ma simboleggia anche il dialogo del tempo—l’interazione tra storicità e modernità e la tensione tra passato e presente. Le case in pietra, pur essendo oggetti fisici, fungono allo stesso tempo da simboli di stabilità sociale e morale, memoria collettiva ed esistenza stessa. Qui le case non sono semplicemente abitazioni o costruzioni, ma metafore del destino umano e dell’esperienza collettiva.
Secondo la teoria del cronotopo di M. Bachtin, il cronotopo è “la connessione intrinseca delle relazioni temporali e spaziali che sono espresse artisticamente” (Bakhtin, 1981, p. 84). All’interno di questo quadro teorico, tempo e spazio in “Case di Pietra” sono inseparabilmente interconnessi. Il ruolo strutturante dello spazio si manifesta su due livelli: da un lato, come cornice fisica degli eventi, e dall’altro, come mediatore dell’influenza sociale e psicologica. Il quartiere non è solo il luogo in cui accadono gli eventi, ma anche un’unità strutturale in cui il tempo si congela e il trauma collettivo si preserva. Ciò è particolarmente significativo in termini di conservazione della memoria sociale: tracce del passato, ripetizioni di eventi e norme sociali si concretizzano negli strati visivi e psicologici dello spazio.
Diversi episodi del romanzo confermano la funzione ontologica del cronotopo. Ad esempio, la punizione di Dadash da parte di Abish, così come i momenti di tensione che si svolgono attorno al susino ciliegio, dimostrano che lo spazio non è semplicemente una coordinata fisica ma funge anche da catalizzatore per eventi sociali e psicologici. Qui lo spazio funziona come una forza strutturante sia dell’esperienza individuale sia della pressione collettiva. La sequenza degli eventi nello spazio e la loro interazione con il tempo, secondo la teoria dei cronotopi, dimostrano che lo spazio non è semplicemente uno sfondo narrativo, ma un’unità filosofica ed estetica che organizza lo sviluppo dei fenomeni sociali e morali.
Secondo Bachtin, l’unità artistica dello spazio e del tempo funge da elemento unificante degli eventi, delle relazioni sociali e della memoria collettiva (Bakhtin, 1981). In “Case di pietra”, la rappresentazione del quartiere e delle case di pietra forma questo cronotopo: gli eventi non si svolgono semplicemente in un contesto fisico, ma si evolvono in una struttura in cui il tempo e il trauma collettivo vengono preservati.
Questo approccio trova parallelismi nella letteratura russa, in particolare in Dostoevskij “Delitto e castigo”, dove i quartieri di San Pietroburgo funzionano in modo simile. In entrambe le opere lo spazio funge da intensificatore sia della psicologia individuale che di quella sociale. Allo stesso modo, nella “Commedia umana” di Balzac, la rappresentazione delle strade parigine svolge una funzione analoga, concretizzando la stratificazione sociale e le differenze ideologiche. Sakhavat, tuttavia, adatta questo approccio al contesto culturale e storico dell’Azerbaigian.
Inoltre, il cronotopo del romanzo presenta al lettore elementi temporali sia circolari che statici. Sebbene lo spazio subisca cambiamenti e rinnovamenti e il processo di urbanizzazione diventi visibile attraverso la proliferazione di edifici moderni, le case in pietra stesse rimangono immutate; funzionano come custodi del passato e della memoria collettiva. Questa situazione corrisponde sia al concetto di cronotopo di Bachtin sia alla teoria della memoria sociale di Halbwachs. La memoria sociale qui non si limita ai ricordi individuali; comprende paure collettive, affetti, ansie ed esperienze di vita quotidiana. In quanto forma materializzata di questa memoria, lo spazio trasporta sia l’atmosfera emotiva sia il peso ideologico degli eventi.
Uno degli elementi che approfondisce ulteriormente la funzione cronotopica dello spazio nel romanzo è la concretizzazione delle relazioni sociali al suo interno. L’ambivalenza interiore di zia Zakiyya —il suo desiderio e la sua paura simultanei del ritorno del fratello— rivela la pressione sociale insita nello spazio. Questo aspetto può essere paragonato a “Beloved” di Toni Morrison, in cui i traumi collettivi della comunità afroamericana vengono trasmessi attraverso lo spazio. In entrambe le opere, lo spazio funge da deposito di memoria sia individuale che collettiva.
Allo stesso modo, in “To the Lighthouse” di Virginia Woolf, la casa e l’ambiente circostante fungono da portatori di ricordi personali e collettivi, nonché di esperienze emotive. Allo stesso modo, Sakhavat presenta lo spazio come una forza strutturante sia dell’esperienza psicologica individuale sia della memoria collettiva.
Altri personaggi femminili, come Shukufa, non sono in grado di esprimere i propri impulsi e desideri entro i confini dello spazio; ciò dimostra come l’influenza sociale e psicologica dello spazio operi sul carattere individuale. Lo spazio diventa così il luogo in cui si svolge il dialogo tra norme sociali e ideologiche, libertà individuale e paura.
Così, nel romanzo “Case di pietra”, lo spazio funziona, secondo il concetto di cronotopo, come un sistema artistico multistrato: funge da vettore del tempo, della memoria collettiva e del destino umano. Lo spazio non è semplicemente uno sfondo per gli eventi, ma un campo ontologico in cui si concretizzano relazioni sociali, stati psicologici e processi ideologici. Questa qualità rende il romanzo uno degli esempi di maggior successo nella prosa azera che dimostra la funzione filosofica ed estetica dello spazio.
Il concetto di memoria sociale, così come sviluppato nella teoria di Halbwachs, sottolinea che i ricordi individuali non rimangono semplici esperienze personali ma sono invece modellati all’interno di quadri sociali. Halbwachs (1992, p. 38) osserva che i ricordi individuali funzionano come elementi strutturanti della memoria collettiva, riflettendo l’interazione tra relazioni individuali e sociali. Questo aspetto della memoria sociale è chiaramente osservabile in “Case di pietra” di Seyran Sakhavat Gli eventi all’interno del quartiere, il comportamento dei personaggi e i loro conflitti interni dimostrano come l’esperienza collettiva e le norme sociali siano codificate nello spazio.
Nonostante l’assenza fisica del personaggio Gadir, la linea narrativa centrale del romanzo è plasmata dal silenzio collettivo e dai codici comportamentali conservati nel quartiere, che fungono da manifestazioni della memoria sociale. L’assenza di Gadir —e le emozioni collettive ad essa associate, come paura, ansia e anticipazione— rivela l’interazione tra esperienza individuale e collettiva. Questa situazione dimostra che lo spazio non è semplicemente un ambiente fisico; è anche un dominio in cui vengono preservate le memorie individuali e collettive e dove si materializzano le relazioni sociali e le pressioni ideologiche.
Le contraddizioni interne di zia Zakiyya illustrano vividamente l’impatto di questa pressione sociale sull’individuo. Il suo desiderio e la sua paura simultanei del ritorno di suo fratello riflettono non solo uno stato psicologico personale ma anche l’influenza delle aspettative collettive e delle norme sociali del quartiere sul suo comportamento. Qui lo spazio funziona come un meccanismo che concretizza la pressione sociale e orienta le scelte individuali.
I personaggi femminili —zia Zakiyya, Shukufa e altri residenti del quartiere— agiscono come portatori delle dinamiche sociali e morali dello spazio. Alcuni personaggi, come Shukufa, non sono in grado di esprimere i propri impulsi entro i confini dello spazio, limitando le proprie emozioni e i propri desideri; ciò indica che lo spazio è strettamente legato alla pressione sociale e alle aspettative collettive. In questo contesto, lo spazio determina modelli di comportamento individuale e forme di risposta emotiva.
In “Stone Houses” le case stesse intensificano gli stati psicologici dei personaggi. Corridoi bui e vecchi muri materializzano i loro sentimenti di paura, solitudine e pressione sociale. Questo approccio è parallelo a quello di Franz Kafka “La metamorfosi”, in cui la stanza del protagonista e la struttura della sua casa riflettono la sua esperienza interiore.
Simbolicamente, le case in pietra incarnano la continuità collettiva e la stabilità morale, mentre la proliferazione di edifici moderni e l’urbanizzazione significano cambiamento e pressione ideologica. Questo aspetto può essere paragonato alle case di Istanbul nel “Libro Nero” di Orhan Pamuk, dove, allo stesso modo, lo spazio preserva la memoria storica e riflette le relazioni sociali.
Bachtin (1981), nella sua teoria del cronotopo, sottolinea l’interrelazione tra tempo e spazio come unità artistica. In “Stone Houses”, il cronotopo spaziale non funziona semplicemente come l’ambiente fisico in cui si svolgono gli eventi, ma come un campo in cui si concretizzano le relazioni sociali e la memoria collettiva. Qui la memoria sociale predomina sulla psicologia individuale; le regole, le tradizioni e le paure del quartiere dialogano con i desideri e i bisogni personali e li plasmano.
Un elemento che approfondisce ulteriormente la relazione tra spazio e memoria sociale nel romanzo è la rappresentazione della stratificazione sociale e dei ruoli di genere. Le diverse norme comportamentali, aspettative sociali e stereotipi culturali tra uomini e donne nel quartiere rafforzano la funzione ontologica dello spazio. I comportamenti di personaggi femminili come zia Zakiyya e Shukufa, insieme alle loro posizioni sociali e al loro status all’interno del quartiere, rivelano il ruolo strutturante della memoria collettiva e la pressione sociale insita nello spazio. In questo caso lo spazio funziona sia in modo protettivo che coercitivo, inquadrando gli eventi e le scelte individuali.
Così, in “Stone Houses,” la memoria sociale e lo spazio sono strettamente intrecciati. Lo spazio non è semplicemente uno sfondo per gli eventi; è un dominio ontologico e simbolico in cui si concretizzano le relazioni sociali, le memorie collettive e gli stati psicologici individuali. Questa caratteristica posiziona il romanzo come una delle opere più importanti della prosa azera che dimostra la funzione filosofica ed estetica dello spazio, integrando con successo i concetti di cronotopo e memoria sociale.
Inoltre, nel romanzo di Seyran Sakhavat, lo spazio riflette non solo l’esperienza fisica e sociale, ma anche i conflitti ideologici e culturali. Gli spazi ideologici del romanzo, in particolare la “casa della cultura”, sono presentati come simboli di strutture ideologiche ufficiali. La loro funzione non si limita a ospitare eventi; materializzano anche le pressioni istituzionali e culturali della società.
Le tradizionali case in pietra, al contrario, fungono da portatrici di memoria collettiva e stabilità socio-morale. Nel corso del romanzo, l’autore presenta un confronto costante tra questi due tipi di spazio: gli spazi ufficiali che rappresentano l’urbanizzazione moderna e la pressione ideologica contro le case in pietra, che fungono da protettori dei valori storici e morali. L’autore scrive: “Edifici a più piani circondavano le case in pietra come un anello. Eppure le case di pietra erano ancora resilienti, orgogliose e calme, come se sfidassero tutti i cambiamenti del tempo” (Sakhavat, 2021, pag. 6).
Questa citazione dimostra che le case in pietra non sono semplicemente entità fisiche ma acquisiscono significato ontologico come simboli della memoria collettiva, delle norme sociali e dei principi morali. Al contrario, la casa della cultura e gli spazi ideologici ufficiali sono descritti come fonti di pressione formali, istituzionali ed esterne. Secondo Lukács (1971), tali spazi ideologici sono spesso caratterizzati da formalità e limitazioni procedurali, incapaci di riflettere la manifestazione viva dell’esperienza umana e della memoria collettiva.
Il modello circolare del tempo integra il cronotopo del romanzo e sottolinea ulteriormente il conflitto ideologico e culturale all’interno dello spazio. Gli eventi continuano a svolgersi, ma la struttura interna del quartiere rimane invariata; le dinamiche storiche sono congelate all’interno dello spazio. Sakhavat descrive questa relazione come segue:
“Le case di pietra erano come cento anni fa; ogni pietra, ogni muro, ogni stretta strada portava il respiro del passato, e il tempo qui era stabile e assoluto” (Sakhavat, 2021, p. 6).
Questa descrizione evidenzia che le case in pietra fungono da custodi della memoria storica e dell’esperienza collettiva. La loro stabilità conferisce una precedenza ideologica sul carattere temporaneo e formale degli spazi ufficiali e istituzionali.
In “Case di Pietra”, il confronto tra spazi ideologici e culturali —le case di pietra contro la struttura ideologica ufficiale— mette in dialogo storia e modernità, memoria collettiva e spazi istituzionali. Ciò può essere paragonato a “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, in cui gli spazi storici e ideologici influenzano in modo simile il destino e l’esperienza individuale.
Il conflitto ideologico e culturale nel romanzo non si limita allo spazio fisico; ha un impatto anche sul destino umano e sulla psicologia. Le azioni e i comportamenti dei personaggi sono plasmati da questo confronto. Ad esempio, l’assenza del personaggio Gadir e gli eventi che lo circondano dimostrano come la memoria collettiva e individuale si concretizzi nello spazio. Allo stesso modo, l’ambivalenza interiore di zia Zakiyya —il suo desiderio e la sua paura simultanei del ritorno del fratello— riflette l’influenza della contraddizione tra spazi culturali e ideologici sulla psicologia individuale.
Questo dialogo tra modernità e storia, tra memoria collettiva e strutture ufficiali, fornisce uno degli esempi più chiari della funzione ontologica e simbolica dello spazio nella prosa azera. Qui le case in pietra fungono da custodi sia del passato che dell’esperienza collettiva, mentre lo spazio ideologico funziona semplicemente come fonte di pressione formale. Questo confronto rende il cronotopo del romanzo più complesso e multistrato, presentando al lettore non solo l’ambientazione degli eventi ma anche una struttura in cui il tempo, le idee e le relazioni sociali interagiscono e conversano.
Nelle “Case di pietra” di Seyran Sakhavat, lo spazio non serve semplicemente da sfondo per gli eventi; struttura anche l’esperienza sociale, psicologica e ontologica. Lo spazio funziona come un elemento cruciale che intensifica il mondo interiore dei personaggi e modella il quadro morale degli eventi. Questa caratteristica arricchisce lo strato filosofico ed estetico dell’opera e fornisce un chiaro esempio della multiforme funzione dello spazio nella prosa azera.
A livello psicologico, lo spazio agisce come mezzo per rafforzare gli stati interiori dei personaggi’. Corridoi bui, passaggi stretti e vecchi muri di pietra non sono solo ambienti fisici ma anche dispositivi artistici che riflettono i personaggi’ paura, solitudine e tensione interiore. L'autore scrive:
“I vecchi muri di pietra sembravano emettere un suono ad ogni passo, leggendo la paura nascosta all'ombra di ogni angolo” (Sakhavat, 2021, pag. 18).
Questa descrizione concretizza il peso psicologico dello spazio. I personaggi abitano i loro mondi interiori in mezzo al freddo delle pietre e alla stretta struttura del quartiere, affrontando a ogni angolo paure sociali e individuali. La funzione psicologica dello spazio non solo rafforza l'esperienza individuale ma riflette anche l'influenza della memoria collettiva e delle norme sociali. L'ambivalenza di zia Zakiyya —il suo desiderio e la sua paura simultanei del ritorno del fratello— sottolinea ulteriormente le pressioni sociali e psicologiche insite nello spazio.
Le case in pietra hanno anche una funzione simbolica. Agiscono come metafore di continuità collettiva, memoria storica e stabilità morale, mentre l’ascesa dell’urbanizzazione moderna e degli edifici a più piani significa cambiamento e modernizzazione sociale e ideologica. L'autore osserva:
“Le case di pietra erano ancora resistenti e dentro ogni pietra era nascosto il ricordo dei secoli, come se fossero testimoni di un ordine immutabile” (Sakhavat, 2021, p. 21).
Questa citazione dimostra che le case in pietra acquisiscono un significato ontologico in quanto portatrici di memoria storica e morale. L'urbanizzazione e l'ascesa di nuovi edifici, invece, simboleggiano trasformazioni sociali e ideologiche; la tensione tra loro crea un dialogo tra passato e presente, tradizione e modernità.
In “Stone Houses”, il cronotopo, la memoria sociale e la funzione psicologica dello spazio dialogano con esempi tratti dalla letteratura mondiale. Autori come Dostoevskij, Balzac, Woolf, Kafka, Morrison e Pamuk descrivono lo spazio come portatore di esperienza sia individuale che collettiva. Sakhavat applica questo concetto al contesto storico, culturale e sociale azero, arricchendo il lavoro con specificità locale.
Pertanto, “Stone Houses” non solo dimostra la funzione filosofico-estetica e sociale dello spazio nella prosa azera, ma è anche parallelo a tradizioni e approcci artistici simili nella letteratura mondiale. Qui lo spazio funziona a livello ideologico, storico e psicologico, presentando al lettore un cronotopo multistrato.
“Case di pietra” di Seyran Sakhavat è una delle rare opere in prosa azera che presenta con successo la funzione filosofico-estetica dello spazio, combinando i concetti di cronotopo, memoria sociale e semantica ontologica. La struttura artistica del romanzo dimostra che lo spazio non è semplicemente uno sfondo fisico per gli eventi, ma un elemento ontologico che plasma il destino umano, le relazioni sociali e la memoria collettiva.
Uno dei punti di forza del romanzo è la rappresentazione dei personaggi’ mondi interiori e stati psicologici in relazione alla struttura dello spazio. L'ambivalenza di zia Zakiyya —il suo desiderio e la sua paura simultanei del ritorno di suo fratello— non è semplicemente un conflitto psicologico personale ma un esempio concreto della pressione sociale collettiva all'interno del quartiere. Questo approccio è parallelo a Beloved di Toni Morrison, in cui il trauma collettivo degli afroamericani viene esplorato attraverso la casa e lo spazio; in entrambi i casi, lo spazio funziona come portatore di stati psicologici individuali e memoria collettiva.
In tutto il romanzo, il confronto simbolico tra le case in pietra e l'urbanizzazione presenta un dialogo tra passato e presente, tradizione e modernità. L'autore scrive:
“Gli edifici a più piani circondavano le case in pietra come un anello. Eppure le case di pietra erano ancora resilienti, orgogliose e calme, come se sfidassero tutti i cambiamenti del tempo” (Sakhavat, 2021, pag. 6).
Questa raffigurazione dimostra che le case in pietra non sono semplici strutture fisiche, ma acquisiscono un significato ontologico in quanto simboli della memoria collettiva, delle norme sociali e dei principi morali. L’urbanizzazione moderna, al contrario, rappresenta un cambiamento sociale e ideologico. Un approccio simile si osserva ne Il libro nero di Orhan Pamuk, dove il dialogo tra i vecchi quartieri di Istanbul e i paesaggi urbani moderni crea un motivo centrale di confronto tra passato e presente, tradizione e modernità.
Secondo la teoria del cronotopo di Bachtin, spazio e tempo sono inseparabili all'interno del sistema artistico del romanzo. Il quartiere funziona sia come palcoscenico di eventi sia come preservatore dell'esperienza sociale e psicologica. La struttura ciclica e ripetitiva degli eventi, unita alla natura immutabile delle case in pietra, manifesta il dialogo ontologico tra passato e presente. Allo stesso modo, in To the Lighthouse di Virginia Woolf, la casa e i suoi dintorni portano con sé ricordi sia temporali che individuali; Sakhavat realizza questo concetto filosoficamente ed esteticamente nel contesto azero.
Il romanzo ha anche i suoi punti deboli. In alcuni episodi la progressione narrativa è lenta e statica; soprattutto le lunghe descrizioni del quartiere possono ostacolare lo sviluppo degli eventi e distrarre l'attenzione del lettore. Le motivazioni interiori dei personaggi minori sono talvolta sottosviluppate e il loro comportamento e i loro stati psicologici rimangono in parte superficiali sullo sfondo dello spazio e della memoria collettiva. Tuttavia, questo approccio ha lo scopo artistico di enfatizzare la funzione cronotopica dello spazio e la concretizzazione della memoria sociale.
Il concetto di memoria sociale, secondo la teoria di Halbwachs’, sottolinea che i ricordi individuali si formano all'interno di quadri sociali. In Stone Houses la memoria sociale è chiaramente osservabile; gli eventi nel quartiere, i comportamenti dei personaggi e le loro lotte interiori dimostrano come l'esperienza collettiva e le norme sociali siano codificate nello spazio. Lo spazio funziona non solo come palcoscenico fisico, ma anche come ambito in cui vengono preservate le memorie individuali e collettive e dove si materializzano le relazioni sociali e le pressioni ideologiche.
Il confronto ideologico e culturale nel romanzo non si limita allo spazio fisico—ha un impatto anche sul destino umano e sulla psicologia. Le azioni e i comportamenti dei personaggi sono plasmati da questo confronto. L'assenza del personaggio Gadir e gli eventi che lo circondano illustrano come la memoria collettiva e individuale si concretizzi nello spazio. Allo stesso modo, l'ambivalenza interiore di zia Zakiyya —il suo desiderio e la sua paura simultanei del ritorno del fratello— riflette l'effetto della contraddizione tra spazi culturali e ideologici sulla psicologia individuale. Questo dialogo tra modernità e storia, memoria collettiva e strutture ufficiali, offre uno degli esempi più chiari della funzione ontologica e simbolica dello spazio nella prosa azera.
Nel complesso, Stone Houses è un'opera che presenta con successo le molteplici funzioni dello spazio, il concetto di cronotopo e il ruolo della memoria sociale nella prosa azera. I suoi punti di forza —ritratti psicologici profondi, dialogo tra storia e modernità e funzione simbolica e ontologica dello spazio— lo rendono leggibile e rilevante non solo nel contesto nazionale ma anche nella letteratura mondiale. Nonostante alcune debolezze —come il ritmo lento occasionale degli eventi e le vite interiori sottosviluppate dei personaggi minori—, gli elementi strutturali del romanzo e la funzione ontologica dello spazio lo stabiliscono come un'opera esemplare per l'analisi dello spazio nella prosa azera. Qui lo spazio svolge ruoli sociali, psicologici, ideologici e simbolici; ogni pietra, strada e casa porta con sé memoria collettiva, tempo e destino umano.
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THE ONTOLOGICAL SEMANTICS OF SPACE IN THE CONTEXT OF CHRONOTOPE AND SOCIAL MEMORY IN
SEYRAN SAKHAVAT’S NOVEL “STONE HOUSES”
In Azerbaijani literature, the concept of space has never been limited to a mere system of physical coordinates in which events take place; rather, it has functioned as an ontological and semantic structure that participates in shaping human destiny, social relations, and collective consciousness. Especially in prose works written in the late twentieth and early twenty-first centuries, space ceases to be a passive background and is instead presented as a dynamic, multilayered system that incorporates ideological, psychological, and philosophical dimensions. In this regard, the chronotopic qualities of space—that is, the artistic reality formed through the interrelation of time and space—become one of the principal carriers of the work’s semantic load.
In this context, Seyran Sakhavat’s novel “Stone Houses” stands out as a significant example that systematically reflects the philosophical and aesthetic function of space in Azerbaijani prose. In the novel, space is not merely a descriptive element but also appears as a bearer of social memory, a symbolic field in which collective traumas and historical experiences are encoded. In “Stone Houses,” the image of space—particularly through stone constructions—creates a dual semantic structure that simultaneously embodies the ideas of continuity and memory, as well as rigidity and immutability.
Seyran Sakhavat was born on March 23, 1946, in the village of Yaghlivand in the Fuzuli district. The writer’s childhood and adolescence were shaped within a rural environment, which laid the foundation for the deep and multilayered depiction of the relationship between human beings and space in his artistic worldview. The socio-cultural realities of Azerbaijani village life, everyday relations, and forms of collective memory emerge as leading motifs in his творчество. After completing his secondary education, his work as a deputy director at the Khurshidbanu Natavan School in the city of Fuzuli enabled him to engage more closely with the social environment and further develop his ability to observe and analyze human relationships.
During the years 1964–1970, he studied at the Faculty of Oriental Studies at Baku State University, specializing as a translator of the Persian language. The broad cultural and linguistic knowledge he acquired during his university years, along with his engagement with both classical and modern literature, contributed to the enrichment of Sakhavat’s artistic thinking and enabled him to explore both the historical and philosophical dimensions of space in his novels. His service in the Soviet Army between 1970 and 1972, where he worked as a Persian-language translator at the USSR Ministry of Defense, provided him not only with opportunities to refine his language skills but also to observe diverse social and ideological environments.
In the following years, Seyran Sakhavat carried out extensive literary activity within the press organs of the Azerbaijan Writers’ Union—particularly in publications such as “Literature and Art” and “Ulduz.” This experience enriched his background in publicistic writing and, at the same time, influenced the social and psychological depth of his novels, as well as the realism of events within the framework of space and time (Sakhavat biography, 2025).
All of this life experience and intellectual background made it possible for space in the novel “Stone Houses” to be presented not merely as a physical coordinate where events occur, but also as an ontological field reflecting human destiny and collective memory. Alongside revealing the philosophical and aesthetic function of space, the novel creates a foundation for a systematic analysis of the dialogue between chronotope and social memory in Azerbaijani prose.
In Seyran Sakhavat’s novel “Stone Houses,” space is not perceived merely as a physical environment in which events take place; rather, it is presented as a carrier of time, collective memory, and human destiny. At the beginning of the work, the depiction of the neighborhood may appear to the reader as a simple panorama of everyday life. However, closer analysis reveals that this space is not just a geographical coordinate or an ordinary urban background, but also a materialized and artistically concretized form of collective memory and social relations. The neighborhood thus functions as a structural unit where historical, psychological, and social experiences converge.
The author presents this aspect to the reader as follows: “Multi-storey buildings had surrounded the stone houses like a ring setting” (Sakhavat, 2021, p. 6). This description not only reflects urban transformation but also symbolizes the dialogue of time—the interaction between historicity and modernity, and the tension between past and present. The stone houses, while being physical objects, simultaneously serve as symbols of social and moral stability, collective memory, and existence itself. Here, houses are not merely dwellings or constructions, but metaphors for human destiny and collective experience.
According to M. Bakhtin’s theory of the chronotope, the chronotope is “the intrinsic connectedness of temporal and spatial relationships that are artistically expressed” (Bakhtin, 1981, p. 84). Within this theoretical framework, time and space in “Stone Houses” are inseparably interconnected. The structuring role of space manifests itself on two levels: on the one hand, as the physical setting of events, and on the other, as a mediator of social and psychological influence. The neighborhood is not only the place where events occur but also a structural unit in which time is frozen and collective trauma is preserved. This is particularly significant in terms of the preservation of social memory; traces of the past, repetitions of events, and social norms are concretized within the visual and psychological layers of space.
Various episodes in the novel confirm the ontological function of the chronotope. For example, the punishment of Dadash by Abish, as well as the tense moments unfolding around the cherry plum tree, demonstrate that space is not merely a physical coordinate but also acts as a catalyst for social and psychological events. Here, space functions as a structuring force of both individual experience and collective pressure. The sequencing of events within space and their interaction with time, in accordance with chronotope theory, show that space is not simply a narrative background, but a philosophical and aesthetic unit that organizes the development of social and moral phenomena.
According to Bakhtin, the artistic unity of space and time serves as a unifying element of events, social relations, and collective memory (Bakhtin, 1981). In “Stone Houses,” the depiction of the neighborhood and the stone houses forms this chronotope: events do not merely take place in a physical setting, but evolve into a structure where time and collective trauma are preserved.
This approach finds parallels in Russian literature, particularly in Dostoevsky’s “Crime and Punishment,” where the neighborhoods of Saint Petersburg function in a similar way. In both works, space acts as an intensifier of both individual and social psychology. Likewise, in Balzac’s “The Human Comedy,” the depiction of Parisian streets serves a comparable function, concretizing social stratification and ideological differences. Sakhavat, however, adapts this approach to the cultural and historical context of Azerbaijan.
Moreover, the chronotope of the novel presents to the reader both circular and static elements of time. Although space undergoes change and renewal, and the process of urbanization becomes visible through the proliferation of modern buildings, the stone houses themselves remain unchanged; they function as guardians of the past and of collective memory. This situation corresponds both to Bakhtin’s concept of the chronotope and to Halbwachs’s theory of social memory. Social memory here is not limited to individual recollections; it encompasses collective fears, affections, anxieties, and everyday life experiences. As the materialized form of this memory, space carries both the emotional atmosphere and the ideological weight of events.
One of the elements that further deepens the chronotopic function of space in the novel is the concretization of social relations within it. The internal ambivalence of Aunt Zakiyya—her simultaneous desire for and fear of her brother’s return—reveals the social pressure embedded in space. This aspect can be compared to Toni Morrison’s “Beloved,” where the collective traumas of the African American community are conveyed through space. In both works, space serves as a repository of both individual and collective memory.
Similarly, in Virginia Woolf’s “To the Lighthouse,” the house and its surrounding environment function as carriers of both personal and collective memories, as well as emotional experiences. In a comparable manner, Sakhavat presents space as a structuring force of both individual psychological experience and collective memory.
Other female characters, such as Shukufa, are unable to express their impulses and desires within the boundaries of space; this demonstrates how the social and psychological influence of space operates on individual character. Space thus becomes the site where the dialogue between social and ideological norms, individual freedom, and fear unfolds.
Thus, in the novel “Stone Houses,” space functions, in accordance with the concept of the chronotope, as a multilayered artistic system: it serves as a carrier of time, collective memory, and human destiny. Space is not merely a backdrop for events, but an ontological field in which social relations, psychological states, and ideological processes are concretized. This quality makes the novel one of the most successful examples in Azerbaijani prose demonstrating the philosophical and aesthetic function of space.
The concept of social memory, as developed in Halbwachs’s theory, emphasizes that individual memories do not remain merely personal experiences but are instead shaped within social frameworks. Halbwachs (1992, p. 38) notes that individual memories function as structuring elements of collective memory, reflecting the interaction between individual and social relations. This aspect of social memory is clearly observable in Seyran Sakhavat’s “Stone Houses.” Events within the neighborhood, the behavior of characters, and their internal conflicts demonstrate how collective experience and social norms are encoded within space.
Despite the physical absence of the character Gadir, the central narrative line of the novel is shaped by the collective silence and behavioral codes preserved within the neighborhood, which serve as manifestations of social memory. Gadir’s absence—and the collective emotions associated with it, such as fear, anxiety, and anticipation—reveals the interaction between individual and collective experience. This situation shows that space is not merely a physical setting; it is also a domain where individual and collective memories are preserved, and where social relations and ideological pressures are materialized.
The internal contradictions of Aunt Zakiyya vividly illustrate the impact of this social pressure on the individual. Her simultaneous desire for and fear of her brother’s return reflects not only a personal psychological state but also the influence of the neighborhood’s collective expectations and social norms on her behavior. Here, space functions as a mechanism that concretizes social pressure and directs individual choices.
Female characters—Aunt Zakiyya, Shukufa, and other residents of the neighborhood—act as carriers of the social and moral dynamics of space. Some characters, like Shukufa, are unable to express their impulses within the boundaries of space, restricting their emotions and desires; this indicates that space is closely tied to social pressure and collective expectations. In this context, space determines patterns of individual behavior and forms of emotional response.
In “Stone Houses” the houses themselves intensify the psychological states of the characters. Dark corridors and old walls materialize their feelings of fear, loneliness, and social pressure. This approach parallels Franz Kafka’s “The Metamorphosis,” where the protagonist’s room and the structure of his home reflect his inner experience.
Symbolically, the stone houses embody collective continuity and moral stability, while the proliferation of modern buildings and urbanization signify change and ideological pressure. This aspect can be compared to the houses of Istanbul in Orhan Pamuk’s “The Black Book,” where, similarly, space preserves historical memory and reflects social relations.
Bakhtin (1981), in his theory of the chronotope, emphasizes the interrelation of time and space as an artistic unity. In “Stone Houses,” the spatial chronotope functions not merely as the physical environment where events unfold, but as a field in which social relations and collective memory are concretized. Here, social memory predominates over individual psychology; the neighborhood’s rules, traditions, and fears engage in dialogue with, and shape, personal desires and needs.
One element that further deepens the relationship between space and social memory in the novel is the depiction of social stratification and gender roles. The differing behavioral norms, social expectations, and cultural stereotypes between men and women in the neighborhood reinforce the ontological function of space. The behaviors of female characters such as Aunt Zakiyya and Shukufa, along with their social positions and status within the neighborhood, reveal the structuring role of collective memory and the social pressure embedded in space. Space here functions both protectively and coercively, framing events and individual choices.
Thus, in “Stone Houses,” social memory and space are closely intertwined. Space is not merely a backdrop for events; it is an ontological and symbolic domain in which social relations, collective memories, and individual psychological states are concretized. This characteristic positions the novel as one of the most prominent works in Azerbaijani prose demonstrating the philosophical and aesthetic function of space, successfully integrating the concepts of chronotope and social memory.
Moreover, in Seyran Sakhavat’s novel, space reflects not only physical and social experience but also ideological and cultural conflicts. The ideological spaces in the novel, particularly the “culture house,” are presented as symbols of official ideological structures. Their function is not limited to hosting events; they also materialize the institutional and cultural pressures of society.
Traditional stone houses, in contrast, serve as carriers of collective memory and socio-moral stability. Throughout the novel, the author presents a constant confrontation between these two types of space: the official spaces representing modern urbanization and ideological pressure versus the stone houses, which act as protectors of historical and moral values. The author writes: “Multi-storey buildings had surrounded the stone houses like a ring setting. Yet the stone houses still stood resilient, proud, and calm, as if defying all the changes of time” (Sakhavat, 2021, p. 6).
This quotation demonstrates that the stone houses are not merely physical entities but acquire ontological significance as symbols of collective memory, social norms, and moral principles. In contrast, the culture house and official ideological spaces are depicted as formal, institutional, and external sources of pressure. According to Lukács (1971), such ideological spaces are often characterized by formality and procedural limitations, incapable of reflecting the living manifestation of human experience and collective memory.
The circular model of time complements the chronotope of the novel and further emphasizes the ideological and cultural conflict within space. Events continue to unfold, yet the internal structure of the neighborhood remains unchanged; historical dynamics are frozen within the space. Sakhavat describes this relationship as follows:
“The stone houses stood as they had a hundred years ago; every stone, every wall, every narrow street carried the breath of the past, and time here was stable and absolute” (Sakhavat, 2021, p. 6).
This description highlights that the stone houses act as guardians of historical memory and collective experience. Their stability confers ideological precedence over the temporary and formal character of official and institutional spaces.
In “Stone Houses,” the confrontation between ideological and cultural spaces—the stone houses versus the official ideological structure—brings history and modernity, collective memory and institutional spaces into dialogue. This can be compared to Milan Kundera’s “The Unbearable Lightness of Being,” where historical and ideological spaces similarly influence individual destiny and experience.
The ideological and cultural conflict in the novel is not limited to physical space; it also impacts human destiny and psychology. The actions and behaviors of the characters are shaped by this confrontation. For example, the absence of the character Gadir and the events surrounding him demonstrate how collective and individual memory are concretized within space. Similarly, Aunt Zakiyya’s internal ambivalence—her simultaneous desire for and fear of her brother’s return—reflects the influence of the contradiction between cultural and ideological spaces on individual psychology.
This dialogue between modernity and history, between collective memory and official structures, provides one of the clearest examples of the ontological and symbolic function of space in Azerbaijani prose. Here, the stone houses act as guardians of both the past and collective experience, while the ideological space functions merely as a source of formal pressure. This confrontation renders the chronotope of the novel more complex and multilayered, presenting the reader not only with the setting of events but also with a structure in which time, ideas, and social relations interact and converse.
In Seyran Sakhavat’s “Stone Houses,” space does not merely serve as a backdrop for events; it also structures social, psychological, and ontological experience. Space functions as a crucial element that intensifies the inner world of the characters and shapes the moral framework of events. This feature enriches the philosophical and aesthetic layer of the work and provides a clear example of the multifaceted function of space in Azerbaijani prose.
On the psychological level, space acts as a means of reinforcing the characters’ internal states. Dark corridors, narrow passages, and old stone walls are not only physical surroundings but also artistic devices that reflect the characters’ fear, loneliness, and inner tension. The author writes:
“The old stone walls seemed to make a sound with every step, reading the fear hidden in the shadow of every corner” (Sakhavat, 2021, p. 18).
This description concretizes the psychological weight of space. The characters inhabit their inner worlds amid the cold of the stones and the narrow structure of the neighborhood, confronting social and individual fears at every turn. The psychological function of space not only strengthens individual experience but also reflects the influence of collective memory and social norms. Aunt Zakiyya’s ambivalence—her simultaneous desire for and fear of her brother’s return—further emphasizes the social and psychological pressures embedded in the space.
The stone houses also possess a symbolic function. They act as metaphors for collective continuity, historical memory, and moral stability, while the rise of modern urbanization and multi-storey buildings signifies social and ideological change and modernization. The author notes:
“The stone houses still stood resilient, and within each stone was hidden the memory of centuries, as if they were witnesses to an unchanging order” (Sakhavat, 2021, p. 21).
This quotation shows that the stone houses gain ontological significance as carriers of historical and moral memory. Urbanization and the rise of new buildings, on the other hand, symbolize social and ideological transformations; the tension between them creates a dialogue between past and present, tradition and modernity.
In “Stone Houses,” the chronotope, social memory, and psychological function of space engage in a dialogue with examples from world literature. Authors such as Dostoevsky, Balzac, Woolf, Kafka, Morrison, and Pamuk depict space as a carrier of both individual and collective experience. Sakhavat applies this concept to the Azerbaijani historical, cultural, and social context, enriching the work with local specificity.
Thus, “Stone Houses” not only demonstrates the philosophical-aesthetic and social function of space in Azerbaijani prose but also parallels similar traditions and artistic approaches in world literature. Here, space functions on ideological, historical, and psychological levels, presenting the reader with a multilayered chronotope.
Seyran Sakhavat’s “Stone Houses” is one of the rare works in Azerbaijani prose that successfully presents the philosophical-aesthetic function of space, combining the concepts of chronotope, social memory, and ontological semantics. The artistic structure of the novel shows that space is not merely a physical backdrop for events but an ontological element that shapes human destiny, social relations, and collective memory.
One of the novel’s strengths is the depiction of the characters’ inner worlds and psychological states in connection with the structure of space. Aunt Zakiyya’s ambivalence—her simultaneous desire for and fear of her brother’s return—is not merely a personal psychological conflict but a concrete example of the collective social pressure within the neighborhood. This approach parallels Toni Morrison’s Beloved, in which the collective trauma of African Americans is explored through home and space; in both cases, space functions as a carrier of individual psychological states and collective memory.
Throughout the novel, the symbolic confrontation between the stone houses and urbanization presents a dialogue between past and present, tradition and modernity. The author writes:
“Multi-storey buildings had surrounded the stone houses like a ring setting. Yet the stone houses still stood resilient, proud, and calm, as if defying all the changes of time” (Sakhavat, 2021, p. 6).
This depiction demonstrates that the stone houses are not merely physical structures but acquire ontological significance as symbols of collective memory, social norms, and moral principles. Modern urbanization, in contrast, represents social and ideological change. A similar approach is observed in Orhan Pamuk’s The Black Book, where the dialogue between Istanbul’s old neighborhoods and modern cityscapes creates a central motif of confrontation between past and present, tradition and modernity.
According to Bakhtin’s theory of the chronotope, space and time are inseparable within the artistic system of the novel. The neighborhood functions both as the stage of events and as a preserver of social and psychological experience. The cyclical and repetitive structure of events, combined with the unchanging nature of the stone houses, manifests the ontological dialogue between past and present. Similarly, in Virginia Woolf’s To the Lighthouse, the house and its surroundings carry both temporal and individual memories; Sakhavat realizes this concept philosophically and aesthetically within the Azerbaijani context.
The novel also has its weaknesses. In some episodes, the narrative progression is slow and static; especially long descriptions of the neighborhood can impede the development of events and distract the reader’s attention. The inner motivations of minor characters are sometimes underdeveloped, and their behavior and psychological states remain partly superficial against the backdrop of space and collective memory. Nevertheless, this approach serves the artistic purpose of emphasizing the chronotopic function of space and the concretization of social memory.
The concept of social memory, according to Halbwachs’ theory, emphasizes that individual memories are formed within social frameworks. In Stone Houses, social memory is clearly observable; the events in the neighborhood, the behaviors of the characters, and their internal struggles demonstrate how collective experience and social norms are encoded within space. Space functions not merely as a physical stage, but also as a domain in which individual and collective memories are preserved and where social relations and ideological pressures are materialized.
The ideological and cultural confrontation in the novel is not limited to physical space—it also impacts human destiny and psychology. The actions and behaviors of the characters are shaped by this confrontation. The absence of the character Gadir and the events surrounding him illustrate how collective and individual memory are concretized within space. Likewise, Aunt Zakiyya’s internal ambivalence—her simultaneous desire for and fear of her brother’s return—reflects the effect of the contradiction between cultural and ideological spaces on individual psychology. This dialogue between modernity and history, collective memory and official structures, offers one of the clearest examples of the ontological and symbolic function of space in Azerbaijani prose.
Overall, Stone Houses is a work that successfully presents the multifaceted functions of space, the concept of the chronotope, and the role of social memory in Azerbaijani prose. Its strengths—deep psychological portraits, the dialogue between history and modernity, and the symbolic and ontological function of space—make it readable and relevant not only within the national context but also in world literature. Despite certain weaknesses—such as occasional slow pacing of events and the underdeveloped inner lives of minor characters—the novel’s structural elements and the ontological function of space establish it as an exemplary work for the analysis of space in Azerbaijani prose. Here, space fulfills social, psychological, ideological, and symbolic roles; every stone, street, and house carries collective memory, time, and human destiny.
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