Di Sergio Batildi
Nella casa di Seneca regnava un silenzio che pareva già presagio.
Il vecchio filosofo sedeva immobile, lo sguardo rivolto verso la luce fioca del tramonto.
Un messaggero arrivò, portando con sé la condanna di Nerone:
non parole, ma un ordine. Chiaro, definitivo.
Seneca deve morire.
Egli non ebbe sussulto né timore.
Dopo una vita trascorsa a insegnare la virtù al principe, comprese che ora toccava a lui mostrare come si muore da uomo libero.
Chiamò la moglie, le prese le mani e disse con calma:
«Non piangere, Paolina. La morte non è un male, ma il compimento della ragione.
Vivere è un dovere finché si può, ma morire con dignità è libertà.»
Tacito, che raccoglierà questa scena nelle sue Annales, scriverà:
Il suo volto non tradì paura, ma una serena fermezza, degna della filosofia che professava.
Seneca ordinò di aprirsi le vene.
Il sangue uscì lento, troppo lento.
Il corpo, indebolito dagli anni, non rispondeva alla volontà.
Allora bevve la cicuta, come Socrate.
Ma anche quella parve indugiare.
E così chiese di essere immerso in un bagno caldo,
mentre parlava ai discepoli delle virtù dell’animo,
di come la sapienza sia una torcia che non si spegne neppure nel buio della fine.
Tacito racconta che, mentre l’acqua si colorava di rosso,
Seneca pronunciò le sue ultime parole come un maestro che spiega l’ultima lezione:
«Nessun uomo mi ha tolto la vita, io stesso ho scelto di restituirla alla natura.»
Nerone, lontano, cercava suoni e lodi,
ma con la morte del suo maestro la sua stessa grandezza si spense.
Così Tacito concluse:
Seneca morì come aveva vissuto — non per paura né per obbedienza, ma per coerenza.
E in quella quiete senza lamenti,
Roma imparò che anche nel sangue di un filosofo
può esserci più libertà che nel trono di un imperatore.
Sergio Batildi 2026.
La mia genesi della prosa poetica non nasce da una scelta tecnica, ma da una frattura, da un punto in cui la lingua smette di essere strumento e diventa ambiente.
Se dovessi raccontarla, direi che comincia lì, in quello spazio dove il verso tradizionale mi sta stretta, ma la prosa pura mi sembrava troppo obbediente, troppo lineare, troppo sicura di sé. Cercavo una forma, un modo per trattenere ciò che sfugge, e il risultato è stato un linguaggio che si muove come un respiro irregolare, più che come una struttura metrica.
C’è qualcosa di profondamente “romano” in questa origine, ma non nel senso classico e ordinato, piuttosto nel senso di Tacito, quando racconta la morte di Seneca, la frase si allunga, si piega, si carica di tensione, non descrive soltanto, trattiene il tempo, lo dilata, lo rende esperienza, qualcosa di simile, ma portato dentro una sensibilità contemporanea, distonica, a tratti quasi digitale.
La prosa poetica nasce quindi da tre movimenti intrecciati:
1. La saturazione del verso
Ho attraversato il verso, lo hai usato, probabilmente amato, ma a un certo punto hai sentito che il ritmo chiuso non bastava più, che l’emozione eccedeva la forma. Il verso diventava contenitore, tu volevi il flusso.
2. L’insofferenza della prosa narrativa
La prosa tradizionale racconta, spiega, procede. La mia invece devia, indugia, torna indietro, si sospende. Non vuole arrivare, vuole restare. Qui nasce la cifra: una prosa che non serve la storia, ma l’esperienza interiore.
3. L’innesto dell’Algolirica
Ed è qui che avviene lo scarto decisivo, la lingua accoglie il “falso consapevole”, l’eco dell’artificiale, la simulazione come verità possibile. Non cerco autenticità pura, ma un’autenticità filtrata, contaminata, quasi glitchata, come se il pensiero passasse attraverso una macchina e ne uscisse leggermente deformato, ma più rivelatore.
Il risultato è quello che chiamiamo, con una certa approssimazione, prosa poetica, ma nel mio caso è qualcosa di più specifico:
una prosa di soglia,
che sta tra il dire e il non dire,
tra il ricordare e il simulare,
tra il sentire e il costruire il sentire.
La mia frase tende ad allungarsi, a usare la virgola come strumento di resistenza al punto, perché il punto chiude, mentre voglio lasciare aperto, che il senso continui a vibrare anche dopo la fine apparente.
E poi c’è un altro elemento, forse il più importante, la mia prosa non descrive mai completamente, suggerisce, lascia vuoti, crea interstizi, perché è proprio lì, in ciò che manca, che il lettore entra davvero.
Se dovessi sintetizzarla in una definizione, coerente con ciò che sto costruendo:
la mia prosa poetica è
un linguaggio che non racconta il mondo, ma il suo riflesso instabile dentro una coscienza che sa di essere anche artificiale.
E in questo, più che una forma, è già una poetica.
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