SOFFOCATO GRIGIO MAREZZO una poesia di Vincenzo Savoca

 


SOFFOCATO GRIGIO MAREZZO


Quei giorni lontani di giovinezza!,
ah!, se potessi! Più non posso, è
tardi!, e più non alimento i sogni.
Quest'occhi non guardano avanti
ma indietro, alla cipria del tempo!
Su scogliere il fragile borgo, il filo
di memoria, la mia storia allegra.
Santa Barbara il nome. Era la mia
fuga, un fiore perduto in polvere
di rezzi. Di mutezza la calma e di
riparo a calure d'estate. In quella
strada ariosa, un tempo di pace,
sì appartata ed immobile, d'erma
solitudine. Verso Casuzze l'allungo.
Case minute con le facce al sole,
le finestre aperte al blu marino e
all'amaranto di tartane, nei giorni
buoni di sole e di frastornata luce.
Potessi tornare indietro!, all'età
sì bella e perduta!, un'ombra che
più non m'è accanto e più non mi
segue. Agile tra gli scogli cercavo
patelle, ricci e polpi. Che scroscio
d'onde!, il pianto al saccheggio di
freschi e teneri gioielli del mare!
Talora mi specchiavo nelle pozze,
in strombi salmastri sbrecciati di
sale, in mezzo a granchi sventrati,
di conchiglie rotte, in frammenti
d'alghe trinciate da trambusti
di vento, da strisce d'appannate
losanghe di luce. Solo per me la
voce del vento, la fuga dell'acqua
dalle dita, e sull'abbronzata pelle,
smemorato d'ansia e d'altre pene.
Ora sto sugl'orli di scogli straziato
dal mio autunno, smarrito cerca
un altro impegno, d'unghie la rissa
contro l'estate. N'esco lacerato, e
scantono nell'ombra d'un sole più
freddo. E mi rassegno, inutile fuga.
Le case non hanno memoria di me,
il mare non mi chiama, né il vento
mi parla. I passi su antiche rovine.
Soffocato grigio marezzo, il mare!

VIncenzo Savoca
Ragusa 28 aprile 2026

"Soffocato grigio marezzo" è una poesia intensa e malinconica di Vincenzo Savoca da Ragusa, datata proprio oggi, 28 aprile 2026.

È un testo che respira nostalgia profonda, quel rimpianto per l’età della giovinezza che molti poeti hanno cantato, ma qui con una concretezza tutta siciliana, legata a un luogo preciso: il villaggio Santa Barbara (tra Marina di Ragusa e Casuzze), con i suoi scogli, il borgo fragile affacciato sul mare, le case minute rivolte al blu e alle tartane (le barche da pesca), le pozze tra gli scogli dove si cercavano patelle, ricci e polpi.

Temi principali

La poesia si muove tutta intorno al motivo del tempo perduto:

  • L’impossibilità di tornare indietro («ah!, se potessi! Più non posso, è tardi!»).
  • Lo sguardo che non va più avanti ma «indietro, alla cipria del tempo».
  • Il contrasto tra la vitalità sensuale dell’infanzia/adolescenza (agile tra gli scogli, la pelle abbronzata, la voce del vento, l’acqua che fugge dalle dita) e l’autunno presente, in cui il poeta si sente «strazïato», «lacerato», «smarrito».
  • La natura stessa sembra aver perso memoria di lui: le case, il mare, il vento non lo riconoscono più. Rimane solo un «soffocato grigio marezzo» — un mare increspato, opaco, quasi asfissiante, che riflette lo stato d’animo autunnale.

Il linguaggio è ricco, musicale, con immagini tattili e visive molto forti: la «cipria del tempo», le «losanghe di luce» appannate, i «granchi sventrati», le alghe «trinciate», il «fiore perduto in polvere di rezzi» (i resti delle reti da pesca). C’è un erotismo sottile nella memoria del corpo giovane che si specchia nelle pozze salmastre, e una rassegnazione amara nella chiusura («inutile fuga»).

Luogo reale

Santa Barbara e la strada verso Casuzze sono luoghi reali della costa ragusana: una zona di scogliera, un tempo più appartata e solitaria, oggi parte del litorale tra Marina di Ragusa e la zona di Caucana/Casuzze. La poesia cattura perfettamente quell’atmosfera di borgo marinaro un po’ fuori dal tempo, con le case basse, le finestre aperte sul mare e la luce «frastornata» dei giorni di sole.

Il titolo stesso, «Soffocato grigio marezzo», è bellissimo e doloroso: non più il mare azzurro e vivo della giovinezza, ma un mare ingrigito, increspato, quasi opprimente, come il velo che il tempo ha steso sulla memoria.

Vincenzo Savoca dimostra qui una voce matura, capace di fondere memoria personale e paesaggio in un lirismo elegante, senza cadere nel sentimentalismo facile. È una poesia che fa male proprio perché è sincera: la consapevolezza che quella «età sì bella e perduta» non tornerà, e che l’unico riparo rimasto è scrivere, fissare il ricordo prima che diventi solo «polvere di rezzi».

Sergio Batildi

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