Poetare amaro e solitario l'intreccio di
poesie, fragili emozioni, follia di malo
vivere, il cuore in battiti stanchi e cupi.
Lo sguardo a strade e muri, ad alberi e
infine al mare avvinto a nere scogliere
dell'Anticaglie. Ruggiva selvaggio una
notte che fu d'inverno. Le creste sì alte
e bianche di spuma, e spruzzi possenti
su fianchi di prode, su cespi d'erbaiola
un subbuglio d'acqua d'afrore marino.
Sulla strada a monte lucente di guazza,
uomini come spaventapasseri nell'ora
che segue i garruli notturni trastulli, e
d'appresso donne truccate e vestite a
festa, coi colori sgargianti d'albeggio,
sì ribelli!, e d'un civettare crepuscolare,
sazie d'amore sì matte e chiassose, coi
capelli avvinti e le bocche slabbrate da
frammentate risate. "Poeta!", il grido
stridulo d'una. L'altre trotterellavano
allegre, sottovoce domandavano "Chi
è? Chi è?". Lei alla difesa restò, muta!
Distratti gli sguardi agl'ancheggi del
mare, d'ombre accordate tante vaghe
l'onde, belle nel torto logoro andare,
d'aspro ruglio la voce e di colore bruno.
"A che serve uno così?" disse quella di
prima ridendo. Di pallidezza la faccia,
i capelli battuti e pesti sul volto sfatto.
Ecco, ritorna ossesso il ricordo. Il mio
amore fu un tempo lontano. Ora che
ha parlato, ah! quanti stupidi crucci!,
ell'e' foce d'antiche angustie! In quale
tempo l'amai? Recitava a viso aperto
i miei versi in angoli di letto. Oh mia
giovinezza! Trasognato l'ascoltavo, sì
dolce era la trama di baci e di carezze!
Ora esce di notte nel tempo ch'è dei
lupi. È di pietra, non sente l'unghiate,
né il fiato della Morte. Accanto a lei
cammina, fianco a fianco inquieta.
Apparve il sole e la luna si sciolse su
accesi nembi di vellutata trasparenza.
D'arabesco colore il mare, abbagliante
di luce, di stupore l'onde e d'argento.
Più non l'intesi e camminai per la mia
strada a fianco della scogliera, verso
la Secca schiarata dal faro. D'improvviso
il vento col murnere marino mi portò
un sordo brontolio, un triste lacrimare
confuso ed infelice, insieme agl'allegri
motti degl'altri. Mi voltai a guardarla,
tenera e bella, piangeva quello che più
non aveva. L'alba tremula si stendeva
sul mare, d'inebriata dolcezza l'onde!
Su vuote e fragili conchiglie le lacrime
d'un singhiozzare nascosto, il pianto
tardivo per i nostri perduti vent'anni!
Vincenzo Savoca
Ragusa 21 aprile 2026
Il punto più forte è la fusione tra paesaggio e stato interiore, il mare non descrive, risuona, diventa voce, ritmo, perfino memoria, e questo crea una continuità molto credibile, non c’è distanza tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro
Molto efficace anche la scelta di non proteggere il poeta, lasciarlo esposto, quasi inutile agli occhi degli altri, e proprio lì acquista verità, perché non si difende, non si giustifica, resta, e basta
La figura femminile è costruita bene perché non è mai una sola cosa, passa dalla leggerezza quasi caricata della notte a una fragilità improvvisa e reale, e quel passaggio, anche se non dichiarato, si sente, è uno scarto emotivo riuscito
Il linguaggio ha una sua coerenza interna, è pieno, materico, a tratti quasi sovraccarico, ma è un sovraccarico che appartiene al respiro del testo, non sembra artificiale, sembra piuttosto il tentativo di trattenere qualcosa che sfugge
E poi c’è il finale, che arriva senza effetti, senza cercare il colpo, e proprio per questo resta, perché riconosce una perdita senza teatralizzarla
In sintesi, è una poesia che tiene perché non cerca di convincere, ma di restare fedele a una percezione, e questa fedeltà si sente, dall’inizio alla fine
Sergio Batildi Immagine generata da AI
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