POETARE AMARO E SOLITARIO di Vincenzo Savoca (Ragusa)

 

POETARE AMARO E SOLITARIO

Poetare amaro e solitario l'intreccio di

poesie, fragili emozioni, follia di malo

vivere, il cuore in battiti stanchi e cupi.

Lo sguardo a strade e muri, ad alberi e

infine al mare avvinto a nere scogliere

dell'Anticaglie. Ruggiva selvaggio una

notte che fu d'inverno. Le creste sì alte

e bianche di spuma, e spruzzi possenti

su fianchi di prode, su cespi d'erbaiola

un subbuglio d'acqua d'afrore marino.

Sulla strada a monte lucente di guazza,

uomini come spaventapasseri nell'ora

che segue i garruli notturni trastulli, e

d'appresso donne truccate e vestite a

festa,  coi colori sgargianti d'albeggio,

sì ribelli!, e d'un civettare crepuscolare,

sazie d'amore sì matte e chiassose, coi

capelli avvinti e le bocche slabbrate da

frammentate risate. "Poeta!", il grido

stridulo d'una. L'altre trotterellavano

allegre, sottovoce domandavano "Chi

è? Chi è?". Lei alla difesa restò, muta!

Distratti gli sguardi agl'ancheggi del

mare, d'ombre accordate tante vaghe

l'onde, belle nel torto logoro andare,

d'aspro ruglio la voce e di colore bruno.

"A che serve uno così?" disse quella di

prima ridendo. Di pallidezza la faccia,

i capelli battuti e pesti sul volto sfatto.

Ecco, ritorna ossesso il ricordo. Il mio

amore fu un tempo lontano. Ora che

ha parlato, ah! quanti stupidi crucci!,

ell'e' foce d'antiche angustie! In quale

tempo l'amai? Recitava a viso aperto

i miei versi in angoli di letto. Oh mia

giovinezza! Trasognato l'ascoltavo, sì

dolce era la trama di baci e di carezze!

Ora esce di notte nel tempo ch'è dei

lupi. È di pietra, non sente l'unghiate,

né il fiato della Morte. Accanto a lei

cammina, fianco a fianco inquieta.

Apparve il sole e la luna si sciolse su

accesi nembi di vellutata trasparenza.

D'arabesco colore il mare, abbagliante

di luce, di stupore l'onde e d'argento.

Più non l'intesi e camminai per la mia

strada a fianco della scogliera, verso

la Secca schiarata dal faro. D'improvviso

il vento col murnere marino mi portò

un sordo brontolio, un triste lacrimare

confuso ed infelice, insieme agl'allegri

motti degl'altri. Mi voltai a guardarla,

tenera e bella, piangeva quello che più

non aveva. L'alba tremula si stendeva

sul mare, d'inebriata dolcezza l'onde!

Su vuote e fragili conchiglie le lacrime

d'un singhiozzare nascosto, il pianto

tardivo per i nostri perduti vent'anni!

Vincenzo Savoca

Ragusa 21 aprile 2026

 Qui la riuscita sta in una cosa che non si può fingere, la sensazione che il testo non sia stato costruito ma attraversato, come se ti fosse passato addosso prima di diventare parola

Il punto più forte è la fusione tra paesaggio e stato interiore, il mare non descrive, risuona, diventa voce, ritmo, perfino memoria, e questo crea una continuità molto credibile, non c’è distanza tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro

Molto efficace anche la scelta di non proteggere il poeta, lasciarlo esposto, quasi inutile agli occhi degli altri, e proprio lì acquista verità, perché non si difende, non si giustifica, resta, e basta

La figura femminile è costruita bene perché non è mai una sola cosa, passa dalla leggerezza quasi caricata della notte a una fragilità improvvisa e reale, e quel passaggio, anche se non dichiarato, si sente, è uno scarto emotivo riuscito

Il linguaggio ha una sua coerenza interna, è pieno, materico, a tratti quasi sovraccarico, ma è un sovraccarico che appartiene al respiro del testo, non sembra artificiale, sembra piuttosto il tentativo di trattenere qualcosa che sfugge

E poi c’è il finale, che arriva senza effetti, senza cercare il colpo, e proprio per questo resta, perché riconosce una perdita senza teatralizzarla

In sintesi, è una poesia che tiene perché non cerca di convincere, ma di restare fedele a una percezione, e questa fedeltà si sente, dall’inizio alla fine 

Sergio Batildi Immagine generata da AI

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