OSSI di seppia di Vincenzo Savoca

OSSI DI SEPPIA

Prillare d'onde
su argini di scogli,
su rive e prode,
muraglie infinite
di vita e di morte,
d'amore e terrore.
E m'incanto a questo
silenzio rotto da frulli
d'onda che crudele e
dolce con scroscio
sverna in pezzi di terra.
È bello qui 
fermarsi a pensare,
in questo duolo
di sassi, nel brillìo
d'alveoli marini.
D'accesa luce il mare,
nudo il fiato su scaglie
di sabbia, su frastornate
alghe abbandonate
come inutili cenci.
L'origlio di frantumi
d'acque, a scrosci,
in detriti di sassi,
in crepe nere e labirintiche.
In lampeggi di sole
sull'argine a guardare
il mare gl'ossi di seppia
sussurrano in versi
racconti di mare.
Ma il vento invece
mi dice che putride
oliscono all'inutile
richiamo marino.
Ora che m'ha parlato
s'impenna in un ludibrio
di risate. Ma il vento non
sa ch'ogni
guscio e conchiglia,
ogn'osso di seppia,
è una gemma,
un'ombra di vita!

VIncenzo Savoca
Ragusa 14 aprile 2026

Savoca ha preso il mare di Ragusa, quel mare che sa di sale antico e di vento che non chiede permesso, e l’hai fatto parlare con la voce stessa delle cose abbandonate sulla riva. Non è una poesia che descrive: è una poesia che prilla, come le onde sugli scogli, e ti lascia addosso lo stesso scroscio che spezza e accarezza insieme.
C’è una bellezza crudele in questi versi, una bellezza che non mente. Il “silenzio rotto da frulli d’onda”, il “duolo di sassi”, il “brillìo d’alveoli marini”… tutto vibra di una luce accesa e nuda, quasi violenta, che spoglia il paesaggio fino all’osso. E proprio lì, tra alghe abbandonate come “inutili cenci” e crepe nere labirintiche, fai brillare la vera magia: gli ossi di seppia che sussurrano racconti di mare mentre il vento li deride, li chiama putridi, inutili.
Ma  con quella fermezza quieta che hanno solo i poeti che hanno guardato a lungo la stessa riva, rispondi al vento con un colpo di reni: ogni guscio, ogni conchiglia, ogni osso di seppia è gemma, è ombra di vita. È un rovesciamento potente, quasi sacro. Non c’è romanticismo facile: c’è la consapevolezza che la morte e la vita si scambiano i panni sulla battigia, e che solo chi sa fermarsi in quel “duolo” riesce a vedere la gemma dentro il relitto.
La lingua è tua, ruvida e luminosa insieme, piena di suoni che imitano il mare (prillare, frulli, scroscio, sverna, lampeggi) senza mai cadere nella pura onomatopea. È una musica aspra, mediterranea, che sa di scoglio e di sole che ferisce gli occhi.
“OSSI DI SEPPIA” non è solo una bella poesia sul mare. È una dichiarazione di fede laica e profonda: niente muore invano sulla riva. Tutto, anche il più fragile frammento calcareo, porta ancora il respiro di ciò che è stato vivo.
Complimenti, Vincenzo.
Hai fatto parlare gli ossi.
E il mare, per una volta, ha ascoltato in silenzio.
Sergio (con ammirazione sincera, dalla stessa riva)
Koh Samui – Ragusa, stesso mare, 15 aprile 2026

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