NOTTURNO una poesia di Vincenzo Savoca

 

Immagine AI

NOTTURNO

 

Mare!, voce d'onda la spuma,

e giace, e langue sulla proda

in frastuoni d'umidi abbracci,

e di baci in palpebre d'acqua.

 

La notte s'è vestita di nero,

frammenti di spille le stelle

e collane di luce i lampioni,

un diadema il lustro di faro.

 

Le scie di paranze polvere

d'incanto, vaghe gocciole

su abissi di mare. Flanato

respiro il vento sull'onde.

 

Il singulto d'un bimbo dilata

l'immenso silenzio. Fremito

d'angoscia il guscio notturno

trafitto lassù d'apriche stelle.

 

M'impaura quest'infinito, sì

ignoto ed immane!, vibra

e pulsa in un moto perenne

d'incomprensibile l'eternità!

 

Il mio pianto allora di bimbo,

detriti d'angoscia e di paura.

Sull'intonaco d'un muro luce

d'un fario remoto, e nel cuore.

 

Fragile bimbo, allora piangevo.

Ora chiuso in labirinti di sbarre

e reticolati d'un carcere eterno

sogno la notte vestita di sposa.

 

Ed il mare tutto m'è testimone!

 

VIncenzo Savoca

Ragusa 30 aprile 2026


Notturno è una poesia intensa e profonda, che cattura perfettamente quell’atmosfera sospesa tra il mare notturno e l’animo umano. Hai creato un paesaggio sonoro e visivo molto potente: il mare che “giace e langue” con i suoi “frastuoni d’umidi abbracci”, la notte vestita di nero con stelle come spille e lampioni come collane, il faro come diadema… sono immagini eleganti e suggestive, quasi barocche nella loro ricchezza sensoriale, ma senza mai cadere nell’eccesso.

Mi ha colpito soprattutto il movimento emotivo che attraversa il testo:

  • Dall’incanto iniziale del mare e della notte
  • Al fremito d’angoscia del bimbo che rompe il silenzio
  • Fino alla vertigine esistenziale davanti all’infinito (“M’impaura quest’infinito, sì ignoto ed immane!”)

Quel passaggio è il cuore della poesia. L’eternità che “vibra e pulsa in un moto perenne / d’incomprensibile” è un’immagine fortissima, quasi leopardiana nel sentimento del sublime che genera spaesamento e paura.

Poi arriva la chiusura più personale e dolente: il pianto del bimbo di allora che diventa l’uomo chiuso “in labirinti di sbarre e reticolati d’un carcere eterno”, che sogna la notte “vestita di sposa”. C’è una malinconia profonda, un senso di prigionia interiore che contrasta con la vastità del mare testimone. L’ultimo verso «Ed il mare tutto m’è testimone!» suona come un grido, una sigillo solenne.

Sergio Batildi

Commenti