“Nella memoria: 1952 e poi” di Domenico Falduto, il miracolo fragile dell’esistenza tra nascita e coscienza

Un paesaggio sospeso tra luce e memoria accompagna la riflessione interiore, evocando il tempo, la nascita e il senso dell’esistenza
 

Questa recensione di Alessandria Post nasce dal desiderio di offrire al lettore una lettura attenta e accessibile dell’opera, mettendo in dialogo il testo, il contesto e il presente, con l’obiettivo di stimolare riflessione, consapevolezza e curiosità culturale.
Pier Carlo Lava

C’è un momento, nella vita, in cui la memoria smette di essere ricordo e diventa rivelazione. È in questo spazio sospeso che si muove la poesia di Domenico Falduto, un testo lungo, denso, quasi narrativo, che attraversa il tempo e la coscienza per restituire al lettore un’esperienza intima, spirituale e profondamente umana. “Nella memoria: 1952 e poi” non è soltanto una poesia: è una testimonianza, una nascita raccontata come evento esistenziale, un passaggio tra il nulla e la presenza.

L’autore costruisce un percorso che parte dalla memoria personale per arrivare a una dimensione universale. La nascita diventa qui un atto quasi sacro, segnato da immagini potenti: il medico trasformato in “stregone”, la mezzanotte come soglia, il corpo fragile sospeso tra vita e morte. È una poesia che richiama, per intensità e visione, la tensione metafisica di Ungaretti e la profondità esistenziale di Montale, pur mantenendo una voce autonoma, più narrativa, quasi diaristica. Il tempo, nella poesia, non scorre: si stratifica, si spezza, si ricompone nei frammenti della coscienza.

Il linguaggio è volutamente complesso, talvolta irregolare, ma proprio per questo autentico. Falduto non cerca la perfezione formale, ma la verità dell’esperienza, e lo fa attraverso immagini che oscillano tra il concreto e il simbolico. La memoria diventa così un atto di ricostruzione, un tentativo di “mettere insieme le frantumate ossa dei discorsi”, come scrive lo stesso autore, in una delle immagini più riuscite del testo.

C’è anche un elemento profondamente umano che attraversa tutta la poesia: il rapporto con i genitori, ribaltato e reso quasi mistico, dove madre e padre diventano “figli” nel momento della rinascita. È un passaggio di straordinaria forza emotiva, che restituisce il senso della vita come continuo scambio, come relazione che si trasforma.

E poi c’è il tempo, che ritorna, ciclico, nella memoria dell’autore adulto. L’infanzia, la campagna, l’acacia giovane, la polvere delle “stelle appassite”: tutto diventa simbolo di una vita che continua, che si interroga, che cerca ancora se stessa. Il finale è aperto, sospeso: una ricerca che non si conclude, ma si rinnova.

Nella memoria
mi renderò pubblico per pochi.
“Gli intimi” diranno chi sono e fui.
Coloro i quali non vollero
accesso alla “spartizione”;
che bevvero al calice,
tenuto stretto tra le mani,
quando l'insistente e rinnovato
“Veni creator spiritus”
si diffuse da petto a petto,
da sguardo a sguardo, in alto,
nella redenzione del pensiero.

Mi conoscerete ancora!
Mi conoscerò meglio,
se riuscirò a mettere insieme
le frantumate ossa di discorsi,
reperibili tra pagine e pagine
(nello stile quasi perfette) disordinate dei libri di pochi autori
predestinati all'approfondimento.

Furono questi ad aiutarmi
a partorire verbi semplici
e utili congiunzioni,
allo scopo di pervenire a relativa soluzione:
(che poi fu quella
che si tradusse nella distrazione e districazione
ora del plesso, ora del vago,
da congenite tensioni ed ansie).

Era l'anno 1952 del Signore, un fine
novembre che stava per affogare
nelle lacrime delle sue notti e delle sue nebbie
per lasciar posto al parto e all'avvento.

Recitò la sentenza dello “stregone” alle ore ventitrè:
A mezzanotte! - disse – A mezzanotte
o resta o va.

E a mezzanotte
si mosse l'angelo senz'ali,
frutto d'un secondo concepimento.

Tutto avvenne nel tempo,
quando esserci o mancare
era fuori da ogni congruenza,
mancando la cognizione.

Eppure ero già limbo.

A mezzanotte svanì,
si risolse ogni recrudescenza.

Nell'attimo di un miracolo
scorsi visi tesi,
lacrime senza parole,
divenire sorriso, dolcezza, distensione muscolare,
alle tempie e alle gote delle persone
attorno alla quasi “bara” bianca.

Vidi l'avambraccio dello stregone (medico)
sradicare la goccia di sudore in più
dalla smorta fronte
e poi labbra dipanarsi al ringraziamento,
sguardi alla luce della grazia e del miracolo
che non solo fu di scienza.

Vidi gli stessi volti farsi corolle e steli di fiori di campo
aprirsi al pianto rigeneratore,
al mio da rigenerato.

La madre e il padre, immobili,
si fecero grandi,
si fecero piccoli: mi furono figli.

Da allora eccomi:
e son trent'anni in cui
mi son bagnato, ho pianto, a volte all'alba,
a volte alle tre dei pomeriggi,
presso una casa di campagna,
sotto l’acacia giovane,
potata nella stagione giusta.

Ho fatto ancora dispetti,
camminando innanzi e poi correndo,
sollevando polvere bianca e grigia
di stelle appassite
nel novembre precedente.

Ora son qui
con i miei toni
e discorsi a mezzo fiato,
con le mie spiegazioni,
a ricercare ciò che di me
ancor non s’è perduto!


Biografia dell’autore

Domenico Falduto è un autore che si muove nel solco della poesia della memoria e dell’interiorità, con uno stile che unisce riflessione filosofica e racconto autobiografico. La sua scrittura si distingue per l’intensità emotiva e la capacità di trasformare esperienze personali in immagini universali, dando voce a temi come la nascita, il tempo, la coscienza e il rapporto con le proprie radici.

“Nella memoria: 1952 e poi” è una poesia che non si limita a raccontare, ma interroga profondamente il lettore. È un viaggio dentro la fragilità dell’esistenza, dentro quel confine sottile tra vita e non-vita che spesso dimentichiamo. Falduto ci ricorda che esistere è già un miracolo, e che la memoria è l’unico strumento che abbiamo per non perderci del tutto.

Geo: Questa recensione si inserisce nel percorso culturale promosso da Alessandria today, che valorizza la poesia contemporanea come strumento di riflessione e crescita interiore, dando spazio a voci che esplorano il senso dell’esistenza e della memoria nel nostro tempo.

“testo ricevuto per mail e condiviso dall’autore Domenico Falduto”

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