Medici di famiglia, la riforma Schillaci cambia l’assistenza territoriale: doppio canale, Case della Comunità e pediatra fino a 18 anni
Una riforma che potrebbe cambiare il rapporto quotidiano tra cittadini, medici di famiglia, pediatri e servizi territoriali.
La medicina di famiglia entra in una fase decisiva. La bozza della riforma Schillaci, anticipata da Quotidiano Sanità, punta a ridisegnare l’assistenza primaria con un modello a doppio canale: da una parte la convenzione riformata, che resta la via ordinaria per medici di famiglia e pediatri; dall’altra un canale di dipendenza selettiva, pensato soprattutto per garantire una presenza più stabile nelle Case della Comunità e nei servizi territoriali più organizzati. Pier Carlo Lava
Il punto centrale è che il medico di famiglia non verrebbe trasformato automaticamente in dipendente pubblico, ma la riforma introduce una possibilità nuova e molto discussa: alcuni professionisti, su base programmata e volontaria, potrebbero entrare nel rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale per svolgere funzioni specifiche nelle strutture territoriali. La convenzione rimarrebbe, ma con obblighi più stringenti: partecipazione alla rete dei servizi, uso di sistemi informativi condivisi, presa in carico dei pazienti cronici e fragili, collaborazione con infermieri, specialisti e personale amministrativo, oltre a una quota di attività nelle Case della Comunità.
Un’altra novità rilevante riguarda i pediatri di libera scelta: la bozza prevede l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni, superando l’attuale modello che porta molti ragazzi a passare prima al medico di medicina generale. Secondo il dossier tecnico citato da Quotidiano Sanità, questa misura avrebbe un costo stimato di circa 523,7 milioni di euro l’anno e richiederebbe circa 1.300 pediatri in più. È una scelta che potrebbe rafforzare la continuità assistenziale per adolescenti e famiglie, ma che apre inevitabilmente il tema delle risorse, del personale disponibile e della sostenibilità economica.
La riforma interviene anche sulla formazione: viene prevista una scuola di specializzazione universitaria in medicina generale della durata di quattro anni, un passaggio importante perché avvicinerebbe la formazione dei medici di famiglia al modello delle altre specializzazioni mediche. Sul piano economico, la remunerazione della convenzione riformata dovrebbe essere articolata in più quote: base, presa in carico, prevenzione, organizzazione tecnologica, attività nelle Case della Comunità e risultati. Il dossier ipotizza una tariffa nazionale di riferimento pari a 128 euro annui per assistito, con l’obiettivo di rendere più uniforme il servizio sul territorio nazionale.
Il nodo politico resta però molto delicato. La riforma è stata accolta con forti critiche da parte di Fimmg e Fnomceo, che contestano metodo e contenuti, sostenendo che una trasformazione così profonda non possa essere costruita senza un confronto pieno con i medici e con i cittadini. Il tema vero, al di là delle formule tecniche, è capire se questa riforma riuscirà davvero a rafforzare la sanità territoriale oppure se rischierà di aumentare tensioni, burocrazia e difficoltà organizzative in un settore già sotto pressione.
Geo: La riforma della medicina generale riguarda direttamente anche il Piemonte e il territorio alessandrino, dove la carenza di medici di famiglia, l’invecchiamento della popolazione e il rafforzamento della sanità territoriale sono temi sempre più centrali. Per Alessandria Post, seguire questi cambiamenti significa raccontare non solo una decisione nazionale, ma anche le sue possibili conseguenze concrete sulla vita quotidiana dei cittadini, delle famiglie e dei professionisti sanitari. Immagine generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo.
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