“L’onda che se ne va” di Vincenzo Savoca: il fragile confine tra gioco e destino nella sabbia della vitaVincenzo Savoca -
| Vincenzo Savoca - Ragusa - Poeta |
Pier Carlo Lava
La poesia di Vincenzo Savoca si apre con un’immagine luminosa e universale: i castelli di sabbia costruiti dai bambini, simbolo immediato di creatività, speranza e innocenza. Ma già nei primi versi si avverte una tensione sottile: l’onda “corrugata” che si avvicina lentamente preannuncia una distruzione inevitabile. Non è solo il mare a muoversi, è il tempo stesso che avanza.
Savoca utilizza un linguaggio fortemente evocativo, ricco di termini sensoriali e materici: “muri e bastioni”, “fessure, crepe”, “rivoli d’argento”. L’acqua non è soltanto elemento naturale, ma diventa forza cieca, destino ineluttabile, capace di cancellare ogni costruzione umana. Il contrasto tra la delicatezza del gioco infantile e la violenza dell’onda crea un effetto emotivo intenso e immediato.
Dal punto di vista stilistico, la poesia si distingue per il ritmo spezzato e incalzante, che segue il movimento dell’onda stessa. Le frasi brevi, le interiezioni e le immagini dinamiche rendono il testo quasi visivo, come una sequenza cinematografica. Si percepisce anche un’eco della sensibilità di Giovanni Pascoli, soprattutto nella centralità dello sguardo infantile e nella capacità di cogliere il simbolo nelle piccole cose.
L’ONDA CHE SE NE VA
D’estate magnifici castelli
di sabbia, d’attorno l’onda
oscilla e corrugata stringe,
lenta batte muri e bastioni.
Ah!, che rammarico! E che
gemiti i bimbi su soglie di
rovinate mura sbramate!
Lo schianto vorticoso poco
ha lasciato, fessure, crepe,
acqua con rivoli d’argento!
L’onda che fruga trabocca
e spumeggiando distrugge
gl’argini e veloce se ne va,
al mare ritorna. E ferve il
ristagno, luce di crisopasio
Con secchielli e con palette
i nuovi castelli risorgono e
rivivono su lande di sabbia,
in muraglie di bionda rena.
Ancora il subbuglio d’onda,
frenetico, folle spumeggia!
L’acqua scrosciante e molle
irrompe, travolge, schianta!
Nulla sanno i bimbi di diluvi
e di burrasche, del duro ch’è
la vita! È un ruglio d’asmatico
respiro. È pioggia e grandine,
una croce in campi di grano!
Scrutano l’onda che se ne va,
mansueti. Sì teneri all’opera
d’un altro precario castello.
Fiorisce e svetta sulla soglia
d’acqua, ed ancora trema. E
ferale è la giostra dell’onda.
Ma un gioco non è sollevarsi
dal dolore che lacera la carne.
Non basteranno cento palette,
né mille secchielli a redimere
gl’affani del male di vivere
ch’ancora non sanno. Giocate!,
che questo è ancora il tempo
di costruire castelli di sabbia!
L’onda che se ne va, tra le dita
sfiorisce, e alla vita non torna.
Vincenzo Savoca
Ragusa, 27 aprile 2026
In conclusione, “L’onda che se ne va” è una poesia che colpisce per la sua apparente semplicità e per la profondità del messaggio. Il castello di sabbia diventa la vita stessa, destinata a essere travolta, ma anche continuamente ricostruita. È una meditazione intensa sul tempo, sull’innocenza e sulla consapevolezza, che lascia nel lettore una traccia silenziosa ma persistente.
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