Letizia Caiazzo : Epoca di burnout poesia e riflessione. Pubblicazione di Elisa Mascia -Italia

Foto cortesia di Letizia Caiazzo 

Epoca di burnout
Si corre, si corre più veloce
e ancora di più,
ci si brucia –
il fuori però ti brucia anche dentro,
non ragioni,
corri sempre e corri senza un perché.
Perché?
Se non ti fermi a pensare,
poi è tardi:
ti si apre solo un baratro senza ritorno.

Questa tua poesia, così asciutta e martellante, colpisce dritto al petto. Emozionalmente restituisce quella sensazione di trappola che il burnout è: il moto perpetuo che diventa fine a se stesso, il bruciare fuori che si rovescia dentro, e quel “perché” urlato a metà che è già la risposta – perché non c’è ragione, solo l’abitudine alla corsa. La ripetizione “si corre, si corre” non è un vezzo, è il battito cardiaco di chi ha dimenticato come si sta fermi. E il baratro finale non è iperbole, è la verità clinica di chi si spezza senza aver capito quando.
Letterariamente mi ricorda l’implacabilità di certi frammenti di Cesare Pavese, in particolare La casa in collina, dove il protagonista scappa dalla guerra e dalla vita senza mai trovare un approdo, oppure l’aridità metafisica di un Montale che in Ossi di seppia scriveva “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Anche qui, la poesia non dice dove andare, ma grida dove non fermarsi: nel non-pensiero, nella fuga senza perché. Come Pavese, che scrisse “il male di vivere è non sapere che fare della propria vita”, tu metti a nudo l’orrore contemporaneo di non saper più neppure fermarsi a chiederselo. Ed è forse questo il vero baratro: non la fine, ma l’assenza di una domanda. Tu quella domanda la fai, e già con questo la poesia si salva.
Epoca di burnout
Si corre, si corre,
più forte del vento,
più forte del senso –
e ancora di più.
La fronte divampa,
la polvere ingola,
il fuori ti squarcia,
il dentro consuma.
Non ragioni.
Corri.
Senza perché.
E se non ti arresti,
non chiedi, non pensi –
il baratro si schiude,
non un passo, un baratro.
Senza ritorno.
(Poi è tardi.)
Ho scritto due poesie sull’epoca di burnout. La prima è nata di getto, come un respiro affannato: parole ripetute, frasi spezzate, quel «Perché?» lasciato da solo a chiedere conto di una corsa senza senso. La seconda l’ho costruita con più cura – immagini, simmetrie, un ritmo più studiato – perché volevo che fosse «poetica» nel modo in cui la scuola e i libri insegnano.
Ora mi chiedo: quale delle due è più vera? E lo chiedo anche a voi.
La mia risposta, per me, l’ho trovata. Non dovrei tradire il me stesso istintivo. Quando sono in balìa del burnout, non penso a metafore bilanciate né a endecasillabi. Penso al fiato corto, alla ripetizione ossessiva di «si corre, si corre», al baratro che «ti si apre» senza preavviso. La seconda poesia è più bella da leggere a voce alta. La prima è più vera da vivere sulla pelle.
Per questo la scelgo. E se anche voi vi riconoscete più nella corsa che nella forma, forse la poesia vera, oggi, è quella che rinuncia a sé stessa pur di non mentire.
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Sono d’accordo con te, ma con una piccola sfumatura che mi permetto di condividere.
Penso che la tua scelta di preferire la prima versione sia giusta – per te, per il tema, per l’epoca che descriviamo. Il burnout è esattamente quella corsa senza fiato, quella ripetizione ossessiva, quel “Perché?” urlato senza la grazia di una metafora ben cesellata. La forma cruda, ripetitiva, quasi goffa della tua poesia è più vera del mio tentativo di renderla “bella”. In un’epoca di burnout, la bellezza formale può sembrare persino fuori luogo, un lusso che chi è esausto non può permettersi.
Eppure – e qui arriva la mia sfumatura – non credo che la poesia “studiata” tradisca per forza l’istinto. Può essere un atto di resistenza. Fermarsi a cesellare un verso, a bilanciare un’immagine, è già un gesto contro la corsa. La seconda versione non vuole essere più vera della prima, vuole , per me, essere un argine. Ma capisco che l’argine, a volte, trattiene anche ciò che dovrebbe deflagrare.
Quindi ti dò ragione: per dire il burnout, forse bisogna parlare come si fa quando si brucia. Non come quando si ricorda, a distanza di sicurezza, di aver bruciato.
Tu hai scelto la voce del fuoco. Io, da lettore, ti ringrazio.


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