La scrittrice Olga Kravcuk ha intervistato lo scrittore Pietro La Barbera. Pubblicazione di Elisa Mascia -Italia
1. Quando hai scritto il tuo primo libro?
1. Ho scritto il mio primo libro quando ho capito che alcune emozioni non potevano più restare soltanto dentro di me. Non è stata una scelta improvvisa, ma una necessità dell’anima. Il primo libro è nato così: come nasce un respiro quando senti di non poter più trattenere il fiato. Era “Il piacere di stupirsi”, un titolo che già raccontava il mio modo di guardare il mondo: con meraviglia, con fame di bellezza, con il desiderio di trovare luce anche nelle piccole cose. Scrivere è stato il mio modo di fermare il tempo, di dare voce a ciò che spesso resta in silenzio.
2. Quali sono le difficoltà che hai incontrato?
2. Le difficoltà sono state tante, e non sempre visibili. La più grande non è stata pubblicare, ma esporsi. Scrivere significa mettersi a nudo, lasciare che gli altri vedano le tue fragilità, le tue ferite, le tue speranze. Significa accettare il rischio di non essere compresi. Poi ci sono stati gli ostacoli pratici: il percorso editoriale, la fatica di farsi ascoltare, la solitudine di chi continua a credere nella parola quando il mondo sembra correre altrove. Ma ogni difficoltà mi ha insegnato che la perseveranza è una forma d’amore verso se stessi e verso ciò in cui si crede.
3. Cosa vorresti che i tuoi lettori sapessero?
3. Vorrei che i miei lettori sapessero che io non scrivo per insegnare, ma per condividere. Non mi interessa salire su un piedistallo, mi interessa sedermi accanto a chi legge. Ogni pagina nasce da una verità vissuta, da un ascolto profondo, da una domanda che spesso non ha risposta. Vorrei che sapessero che dietro ogni libro c’è una persona che continua a cercare, a sbagliare, a emozionarsi. E soprattutto vorrei che sentissero questo: non siete soli. Se una mia frase riesce a far sentire qualcuno meno solo, allora la scrittura ha compiuto il suo miracolo.
4. Quale significato ha il disegno della tua copertina?
4. Il disegno della copertina, soprattutto nell’ultimo libro con quel toro in caduta libera, non è soltanto un’immagine: è un simbolo potente. Il toro rappresenta la forza, l’istinto, il coraggio, ma anche l’orgoglio e la sfida. Vederlo in caduta libera significa raccontare la fragilità dell’essere umano quando si confronta con la vita. Anche chi appare forte può precipitare. Anche chi lotta può attraversare il vuoto. Quella copertina parla di noi: delle nostre cadute, delle nostre paure, ma anche della possibilità di trasformare la caduta in consapevolezza. Non è una sconfitta, è un passaggio. È il momento in cui si impara davvero a guardarsi dentro.
5. Com'è stato vedere il tuo primo libro pubblicato?
5. Vedere il mio primo libro pubblicato è stato come vedere un figlio camminare da solo per la prima volta. Un misto di gioia, incredulità e timore. Ricordo quella sensazione precisa: tenere tra le mani qualcosa che prima esisteva soltanto nel cuore. È stato un momento profondamente commovente, quasi sacro. Perché un libro pubblicato non è carta e inchiostro: è tempo, è vita, è anima consegnata al mondo. In quel momento ho capito che non stavo semplicemente pubblicando un libro, stavo scegliendo di lasciare una traccia.
6. Hai scritto altri libri?
6. Sì, e oggi sono 45 libri pubblicati. Ognuno diverso, ognuno necessario. Ogni libro è stato un viaggio, un incontro, una parte di me che ha chiesto di essere raccontata. Alcuni parlano d’amore, altri di valori, altri ancora di teatro, di bambini, di gratitudine, di cambiamento, di umanità. Non li considero numeri, ma tappe di un cammino. Ogni titolo è una voce, ogni pagina una mano tesa verso l’altro. Scrivere tanto non significa voler dire di più, ma continuare ad avere il coraggio di sentire profondamente.
7. Cosa significa per te fare lo scrittore?
7. Fare lo scrittore, per me, non significa semplicemente pubblicare libri. Significa ascoltare. Significa avere il dovere e il privilegio di dare parole a ciò che spesso resta invisibile. È una responsabilità enorme, perché la parola può ferire o può guarire. Io ho sempre scelto di usarla per costruire ponti, mai muri. Essere scrittore è continuare a cercare bellezza anche nel dolore, è trasformare il silenzio in presenza, è ricordare agli altri — e a me stesso — che la sensibilità non è debolezza, ma forza pura. Scrivere è il mio modo di amare il mondo.
8. Chi devi ringraziare?
8. Devo ringraziare prima di tutto la vita, con le sue ferite e i suoi doni, perché è stata la mia più grande maestra. Devo ringraziare Florence, mia moglie, compagna di anima e di visione, presenza essenziale nel mio cammino umano e artistico. Insieme abbiamo costruito non solo progetti, ma significati, come “La Voce del Buio”, che è molto più di un’iniziativa: è un atto d’amore verso chi ha bisogno di essere raggiunto attraverso l’ascolto. Devo ringraziare le persone incontrate lungo il percorso, gli attori, gli ascoltatori, i bambini, i lettori, chi mi ha dato fiducia e chi mi ha messo alla prova. E poi ringrazio il silenzio, perché è lì che nascono le parole più vere.
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