La mela marcia
Testo e foto di Luciana Benotto
Quel settembre del Sessantuno offriva un bellissimo scampolo d’estate e Adelina, che da poco aveva compiuto i sei anni, smaniava di diventare una “remigina” (allora San Remigio contava ancora qualcosa) perché, anche se si era lasciata sedurre dalle lezioni televisive del maestro Alberto Manzi, non era ancora in grado di decifrare i misteriosi ghirigori che formano l’alfabeto, ghirigori che da un po’ di tempo osservava affascinata, sia sui manifesti appiccicati per le strade di Milano, sia sui settimanali che sua madre radunava nel portariviste di vimini posto accanto al divano fiorato. Il sospirato primo di ottobre finalmente arrivò e lei, col grembiulino bianco inamidato, il fiocco rosa ben annodato e la cartelluccia di cuoio, si presentò, accompagnata dalla mamma, nel cortile della vecchia scuola abbellito da platani; quegli alberi che già portavano i segni multicolori dell’autunno, a lei però parvero, costretti com’erano tra le mura dell’austero edificio, dei malinconici prigionieri. Finì nella sezione A, e una volta nell’aula, al terzo banco del primo quartiere. Quella mattina la trascorse non a tracciare aste come le avevano raccontato, bensì a scrivere a matita la parola seminatore, parola che ricopiò dalla lavagna sul suo intonso quaderno a righe sfalsate, come se si fosse trattato di un disegno, visto che per lei quei cerchiolini, quelle gambette, quei rigonfiamenti altro non erano che segni senza alcun significato palese. A quei primi magnifici giorni di scuola purtroppo iniziarono a seguirne altri meno felici. Nonostante la sua ingenuità ben presto capì che la maestra Migneco, al di là del sorriso di plastica che talvolta si stampava in viso, era acida come un limone e così arcigna e inclemente che spesso in classe si respirava un clima di terrore; il suo veleno lo spruzzava in particolare sulle più deboli, di preferenza, le figlie dei poveri immigrati. Maniaca dell’ordine, di un ordine ormai fortunatamente anteguerra, quando le alunne non scrivevano esigeva che stessero con le mani conserte, oppure in bella vista sul banco o incrociate dietro lo schienale della sedia, e naturalmente guai a quelle che chiacchieravano durante le spiegazioni. Chi trasgrediva veniva punita facendola alzare in piedi e lasciandola per dieci minuti buoni con entrambe le braccia sollevate perpendicolarmente alla testa. Una volta capitò che una sicilianina dalla carnagione olivastra e dai capelli neri neri, Sciacca Assunta per il registro, chiese di andare ai servizi; la maestra, sua seconda mamma, almeno a quanto lei stessa diceva, le rispose che non era vero che aveva necessità di recarsi al bagno, che era solo una scusa per andarsene a spasso per i corridoi. Quella piccola donna con gli occhi scuri come la notte, le rispose a modo suo. Sedeva nel quartiere centrale, ovviamente all’ultimo banco, quello considerato degli asini, quando una compagna dei banchi intermedi notò un rigagnolo che scendeva lentamente da una pozzetta formatasi sulla sua seggiolina, a creare giù, sul pavimento, una pozzangheretta gialla. La notizia giunse rapida fino alla prima fila dalla quale l’alunna Pisani esclamò: “La Sciacca se l’è fatta addosso!”. Nessuna, proprio nessuna, si permise di ridere, già si presentiva la reazione della maestra. Solo la prima della classe, tale Della Grazia, che indossava grembiuli ricchi di volant di pizzo sangallo tanto da sembrare sempre pronta per il ballo delle debuttanti, arricciò schifata il nasino e scosse la sua testolina piena di boccoli in segno di riprovazione. La loro seconda mamma si rivolse allora con voce metallica alla piccola sicula: “abbassati le mutande e mostrale a tutte!” le ordinò. Quel tenero calimero si alzò, la guardò, e senza abbassare gli occhi, lasciò scivolare a terra tra lo sgomento generale, le sue mutandine bianche bagnate come un cencio. Neppure Adelina se la passava tanto bene. Le sue disgrazie cominciarono durante il terzo trimestre. Alla Bertoli, una maschiotta maculata da grosse efelidi arancioni e con spessi capelli carota tagliati corti, una mattina venne in mente di andare dall’insegnante a denunciare il furto di una sua gomma e di dare la colpa proprio a lei che sedeva nel banco davanti al suo. Quella volta ne uscì indenne, ma non soddisfatta, un altro giorno, la rossa l’accusò di averle preso un pastello. Per quanto lei negasse decisamente non fu creduta. D’altronde non possedeva i pregiati Caran D’Ache della Bertoli, nel suo modesto astuccio marrone c’erano solo dei semplici Giotto che odoravano di legno. Finì col banco attaccato alla cattedra sino al termine delle lezioni e, l’anno seguente la seconda, (era stata promossa indipendentemente dalla sua propensione per il furto) la trascorse allo stesso modo. Sua madre aveva un bell’andare a parlare con l’insegnante, in quegli anni era quasi controproducente criticare certi sistemi... La maestra ormai l’aveva ribattezzata: la chiamava la “mela marcia” e come tale doveva stare nel suo cesto da sola, perché si sa che le mele bacate contagiano le altre, e quindi aveva intimato alle sue compagne di non rivolgerle mai la parola, ordine che rimase inascoltato dalle sue amichette, soprattutto dall’ Assuntina. Per fortuna quel luglio i suoi genitori cambiarono casa e lei scuola; finì con una maestra tranquilla che scriveva libri per l’infanzia e incitava le sue stesse alunne all’arte dello scrivere tramite il mensile di classe intitolato Girotondo. Adelina, sulla scia di quell’onda creativa, ideò Le paginette s.a.f, l’inserto la cui sigla significava per esteso: Società Amiche Fraterne. Certamente nel nuovo ambiente era più serena, ma quell’appellativo e l’ingiustizia che aveva subito se le portò dentro fino all’adolescenza e forse oltre, anche se quello stesso anno che lei frequentava la terza, sua madre venne a sapere dello scandalo accaduto nella sua ex scuola. La maestra Migneco e il direttore didattico, suo spasimante segreto, erano stati arrestati perché per anni avevano intascato lo stipendio di una maestra fantasma, di un’insegnante praticamente inesistente. Fu così che, durante un ventoso e profumato giorno di primavera, Adelina iniziò a liberarsi di quell’angosciante marchio d’infamia, e decise che da grande avrebbe fatto la maestra, una maestra che però, ai suoi piccoli alunni avrebbe voluto davvero bene.
Crediti immagine:
Emilio Longoni, La piscinina, 1891, olio su tela – immagine da Wikimedia Commons (pubblico dominio)
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/File:The_piscinina_-_Emilio_Longoni.jpg
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